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Abbracciare, contenere, gestire o, forse meglio, convivere. Convivere con quell’onda chiamata emotività che si alza improvvisa, come un temporale estivo, e che mi travolge nel suo percorso.

È un muro d’acqua enorme e, allora, in piedi su un’esile tavola da surf (la mia vita), inizia la corsa. In equilibrio precario, con le ginocchia piegate, le braccia distese, cerco di accompagnare il muro d’acqua, cavalco la cresta, accompagno l’onda.

Equilibrio e sommità del cavallone sono i due presupposti per non naufragare. E l’ansia, l’agitazione la frustrazione e il disagio, sono satelliti in questa corsa. L’evento scatenante è casuale. Può avvenire in un qualsiasi momento della giornata, generato da un episodio occasionale, da un incontro, da un problema. La bellezza di un evento, di un’opera.

E allora, inatteso, si alza il muro d’acqua.

C’è un accelerare frenetico di tensione, il termometro interno delle emozioni satura la colonnina. La notte poi, c’è da perderci il sonno. Solo, sulla mia tavola, cavalco l’onda dell’emotività. C’è, nel momento dell’apice, un breve istante di fermo immagine. E’ un momento unico, fantastico, dove mi ritrovo in equilibrio su di un muro d’acqua, alto molti metri e sono attorniato da schizzi di schiuma bianchissima. Il cielo e il mare, in quell’istante si fondono, e mi sembra di spiccare il volo.

Sono al culmine del mio momento emotivo.

Eppure, proprio in quell’istante (unico, fantastico, eccezionale e irripetibile) inizia la discesa.

L’onda emotiva placa la sua spinta, il cavallone d’acqua si sgonfia, si conclude, si sgretola, si attenua e infine spiaggia. Dissolta l’intensità, terminata la corsa, il momento è passato. Tutto è finito. Placata l’ansia, tutte le proiezioni generate dall’emotività si fermano. E qui, sul bianco della pagina, la scrittura fissa la testimonianza dell’evento, inserendolo nell’album dei ricordi, nel passato della mia vita.

 

Fotografia: La grande onda di Kanagawa – Opera di Katsushika Hokusai