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C’è un sottile ed evanescente senso di estraneità dettata dal giorno. Scavalco il pensiero mediante le quotidiane azioni, lo zittisco. Ma… ma lui insiste, non demorde, si ingrossa come un fiume.
Vago tra le ombre del passato e del presente. Oracolo dei miei giorni sono approdato su un lembo avvolto dalle tenebre. Non contano i mesi, gli anni. La vita è una parabola aspra. Occorre affiorare dal lento beccheggio dei giorni. Solo l’eterno illumina le mie tenebre.
E’ la bellezza che riscatta l’oscurità.
La bellezza che illumina l’anima. È la natura che stordisce con la sua essenza. Affiorano panorami mossi dalle stagioni. L’incanto di candide cime immortali. Il richiamo di un’aquila in volo. Lo scorrere di un ruscello che si fa fiume.
È il respiro dell’arte che riscatta la vita. La figura, il gesto del colore di un dipinto. Sono quei versi spremuti dalla Storia che entrano diritti al tuo cuore. Quante storie tra quelle pagine, pensieri disposti in bella copia. La vita è tutta lì, tra amori e affanni, e il rinnovare generazioni nel crescere quotidiano.
C’è eternità tra le pagine del mondo. Sospiri che evaporano nelle pieghe dei secoli. La grande luce si apre nell’incanto di una cattedrale, un ponte, un sasso. Lo sguardo posato su un affresco o una statua creata da un progenitore lungo lo scivolare delle ore. Un canto gregoriano che si leva all’alba. Lo sguardo interrogativo di un cervo. Il bosco che sussurra alchimie di un tempo passato.
E il tuo sorriso che si fa giorno.

 

 

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Sono appeso su questa parete ormai da un mese, teso su un’intelaiatura di legno che mi sorregge e mi supporta, all’interno di un luminoso edificio. Questo è il mio corpo; il colore è la mia anima. Colui che mi ha generato, osannato dalla critica, è scomparso ormai da anni. Porto la sua impronta su di me, congelata nello spazio e nel tempo, consacrando per sempre il suo gesto creativo.

Ho passato mesi, anni, come una diva, sballottato da un luogo all’altro di questo pianeta. Ho viaggiato per l’Europa e nelle Americhe, ospite dei maggiori musei, ma ora sono stanco.

Le giornate scorrono sempre uguali. Custodito al buio, in profondi magazzini con temperatura e umidità costante, nell’attesa che mani attente mi sollevino, mi avvolgano in grandi teli impermeabili, chiuso, come lini preziosi in casse di legno, e spedito per il mondo.

Poi, altre mani con cura mi libereranno, m’isseranno su pareti (piatte allo stesso modo), e lì, dall’alto, osserverò indaffarate persone che apporteranno frenetici ritocchi prima dell’inaugurazione.

Fiori, flash, rumore della folla e profumi. Succede di solito così, ovunque.

Cambiano i suoni delle voci, secondo i paesi e le nazioni ospitanti, il resto poi, è consueto cerimoniale. E, dopo il bagno di folla, scremati i primi giorni (a volte i primi mesi), nel lento trascorrere delle ore, mi attende un’ immobile e infinita noia.

In alcuni momenti, nell’arco delle mie giornate, cessato l’afflusso di pubblico, la calca delle comitive, alcune persone si fermano silenziose davanti a me. Mi guardano lentamente, analizzandomi centimetro per centimetro. Provo un acuto senso di disagio nell’essere osservato, e ciò sin da quando, liberato da un pesante drappo, ho visto per la prima volta nella mia vita la luce. Arrossisco un po’, variando il pigmento del mio colore.

Ma la cosa è leggera e superficiale, sembra una variazione di luce minima, un volo d’airone che oscura per un istante il sole. Sinora nessuno se n’è accorto, nemmeno i critici, che accompagnati da fotografi mi osservano, pubblicando al mondo l’impasto dei miei colori.

Ieri è entrata nella sala una ragazza; com’era giovane! Il suo esile corpo era avvolto in un impermeabile grigio. Impacciata, guardava in alto (occhi miopi, protetti da lenti rotonde), verso i miei colori. Da sotto il basco, calcato di traverso sul capo, spuntava un ciuffo ribelle di capelli scuri.

Il suo sguardo mi ha percorso in lungo e in largo con attenzione. Provavo un leggero senso di prurito. Poi ha sorriso, e ha continuato a guardarmi sorridendo. Tutte le mie fibre sono state attraversate da una scarica elettrica. Mi sono sciolto, temevo di liquefarmi.

Oggi la ragazza è nuovamente qui. Ha trascorso alcune ore guardando le mie geometrie, analizzando i miei spazi. Sorrideva, con lo stesso sorriso che illumina il viso dei bambini quando chiedono alla mamma: latte!

Uscendo, ha sollevato la mano verso di me in cenno di saluto.

Sono innamorato!

Innamorato di una ragazza, di un cucciolo tenero ed esile! I miei colori brillano di gioia. Ora che lei è uscita attendo con ansia la prossima apertura del museo. La ragnatela di noia che mi avvolgeva, di colpo, si è lacerata, dissolta.

Nuove emozioni sono entrate in circolo nei miei pigmenti, e, per la seconda volta nella mia vita, dopo colui che mi ha generato, mi sento amato!

Un improvviso senso di vertigine mi ha colto, temevo di staccarmi dal muro e piombare pesantemente a terra. Sono nuovamente arrossito, vibrando leggermente la tela, ma il custode, seduto al fondo della sala, non se n’è accorto, occupato com’era a fissare il pavimento.

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Non sono un poeta

ma una peota avviata al disarmo.

Non sono versi questi spazi

coperti da uno shangai

di parole rotolate sulla carta,

semplici marmellata di sillabe acerbe.

 

Non c’è rima, ritmo o pausa,

solamente il respiro di un’eco

dispersa, un getto di dadi

sul tappeto verde.

 

La parola batte il suo tempo,

nel suo essere afasica,

riverbera, negli spazi assenti,

e ferma il pensiero.

 

Allora il verso si fa dubbio,

incerto, traballa e cade,

schegge di cristallo frantumato,

mentre l’urlo del filo d’erba

spezza l’asfalto.

 

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Era successo così, per caso. Erano anni che non tornavo in quel luogo, dopo che i miei parenti si erano trasferiti altrove. Non ne avevo più avuto motivo.

Quel giorno mi stavo recando a fare una commissione in quella zona; parcheggiata l’auto mi ero avviato verso la piccola piazzetta dell’antico borgo. In realtà più che una piazza, era un largo che si apriva dalla via proveniente dal vecchio ponte.

La serranda del negozio era chiusa. L’insegna, ormai sbiadita dal tempo, era diventata illeggibile. Eppure in quella piccola bottega di restauro avevo trascorso molte ore felici, parlando con il mio amico Paolo, pittore, e Liliana, restauratrice, che trasferitasi dalla ex Iugoslavia in Italia, aveva aperto bottega in quel luogo.

Guardavo l’insegna dove le mie mani avevano tracciato la scritta “Restauri” color oro su fondo nero, ora sbriciolata dal tempo. Erano passati tre lustri da allora; Paolo era morto e Liliana l’avevo sentita ancora in un paio di occasioni per telefono e poi non più.

Ricordo che sulla porta della bottega il suo cane Dalì, un dalmata, sembrava immobile, come le sue macchie, simile ad una statua di ceramica.

Sulla plafoniera dei campanelli, a fianco del portone, il suo nome compariva ancora e proprio in quell’istante, mentre stavo osservando i nomi degli inquilini, era uscita una signora dal portone.

Avevo chiesto notizie di Liliana. Era un paio d’anni che era tornata in patria per assistere la madre che, dopo una malattia, era morta. Lei non era più rientrata in Italia.

Salutata la signora, mi ero soffermato qualche istante nel cortile, dove d’estate, all’ombra di un tendone, ci ritrovavamo a chiacchierare.

Sempre sotto a quel tendone, su di un tavolo improvvisato da un ripiano appoggiato su due cavalletti, i miei occhi avevano visto Liliana restaurare tele del ‘700, icone, ed alcuni acquerelli in pessime condizioni, riportati a nuova vita.

Nel varcare quel portone entravo nel passato, sfogliavo il ricordo.

Il mondo dell’Arte l’avevo scoperto tramite Paolo. Ero capitato, a cavallo degli anni ’70, per caso ad una esposizione di dipinti. Mi aveva incuriosito la musica che proveniva da quel locale, ed allora ero entrato.

Una musica classica faceva da sottofondo e accompagnava l’esposizione. Alle pareti, c’era una serie di dipinti, una accozzaglia di stili diversi: dal figurativo tradizionale all’astratto.

Era l’esposizione di un gruppo di pittori locali riuniti sotto la denominazione “Gruppo Erre”.

Paolo l’avevo conosciuto lì avevamo subito fatto amicizia e iniziato a frequentarci. La sua pittura, un figurativo ad olio, molto vicino ai dipinti del pittore Pietro Morando, si ispirava al lavoro dei campi, dei contadini chini su aratri o intenti a falciare il grano.

Il suo studio era un insieme di fogli, schizzi preparatori per dipinti, disegni e pile di riviste d’arte. Le tele erano ammucchiate contro i muri e su un cavalletto era appoggiata la tela a cui stava lavorando.

Rare volte lo vedevo dipingere per via degli orari o dei reciprochi impegni; lui aveva iniziato a lavorare presso un corniciaio, ma quando lo vedevo lavorare si apriva tutto un mondo bucolico su quelle tele.

Un’estate eravamo andati in vacanza al mare, a Varigotti, dove dormivano accampati in una tenda canadese. Era una estate spartana, eravamo giovani e con poco denaro, ma allegri e tenevamo il futuro per mano.

In spiaggia lui aveva conosciuto la sua futura moglie e io avevo frequentato per un certo tempo una loro amica. Poi ero partito per il servizio militare.

Di quel gruppo di pittori e pittrici, di cui anch’io ero entrato a far parte, ricordo con affetto i due fratelli Claudio e Giuseppe; in particolar modo avevo legato con Giuseppe, timido, emotivo che arrossiva quando parlava di pittura e dei suoi dipinti. La sua era una continua ricerca pittorica.

In quel periodo, mentre suo fratello dipingeva suggestive ed eleganti eclissi nello spazio, lui stava lavorando a dei “Verminai” composti di sassolini che sembravano la sabbia sul fondo del mare.

Su una tela dal titolo “Neve rossa sulle colline” c’era un tramonto, un incendio all’imbrunire che si rifletteva sulla neve. Lui aveva catturato e messo in barattoli trasparenti – sempre sulla tela – il paesaggio. Provavo stima e affetto verso quell’uomo dall’animo poetico.

Con Paolo frequentavamo anche Marco, ottimo acquarellista e che, una sera, durante una crisi, aveva bruciato tutti i suoi lavori per dedicarsi ad una nuova ricerca espressiva. Aveva iniziato a sperimentare con materiali forme nuove di comunicazione. In quel periodo stendeva drappi neri che debordavano da veri telai di finestre. Aveva ricoperto con resina trasparente che sembrava cera cassette con frutta di plastica e le aveva inviate alla Biennale d’Arte Moderna di Venezia. Erano gli anni ’70 e il mondo dell’arte si stava muovendo verso nuove forme d’espressione.

Faceva parte del gruppo anche Alberto, un uomo dalla grossa corporatura che catturava le persone con la sua bonomia. A sentirlo parlare, anche solo per qualche minuto, il mondo ti sembrava più leggero. Credo che in parte questo suo carattere derivasse dalla sua origine emiliana. Portava il sorriso della sua gente. Correvano sui suoi disegni le risaie del novarese, alberi con rami che scrutavano il cielo. Era una nota calda dove il disegno a sanguigna creava una suggestiva atmosfera sul paesaggio tratteggiato. Più elaborati erano i suoi disegni a china. Luoghi, boschi, abitazioni, fitti in un intreccio armonico ed equilibrato di segni.

La laguna e gli argini del Po comparivano quasi timidi nei suoi acquerelli. Erano immagini create dai ricordi dei momenti come la pesca, l’altra sua grande passione, a contatto con la natura. Tenui colori gialli, i verdini e gli azzurri dell’acqua e del cielo che si alternavano nel segno lasciato dai morbidi pennelli.

Credo che avesse trascorso anche dei momenti a Coazze (un suo disegno a china portava il titolo di quella città), dove sul campanile compare una singolare scritta: “Ognuno a suo modo” che forse ispirò Pirandello che trascorse alcuni mesi estivi in quel medesimo luogo, l’opera teatrale “Ciascuno a suo modo”.

Nel gruppo, a dir il vero, un po’ in disparte c’era anche Teresio. Più anziano degli altri, solitario, dipingeva oltre a paesaggi, principalmente fiori. Giovane, aveva illustrato con le sue mani i suoi disegni, i suoi colori, alcune tavole per enciclopedie. Nel suo studio, oltre alle gabbie dei canarini, altra sua grande passione, mazzi di fiori ovunque. Alcuni freschi altri vizzi. Lui era taciturno, ma la sua arte parlava per lui. Eccome parlava. Lo ritrovavi tra i fiori, dipinti con tenui colori, con sfumature accennate che ti avvolgevano in una atmosfera delicata e nel contempo gioiosa. Dipingere era la sua famiglia, il suo mondo, la sua vita.

Paolo l’avevo perso di vista per anni, quando le nostre vite avevano preso direzioni diverse. Ogni tanto capitavo nel suo laboratorio di cornici, dove restaurava anche mobili antichi. Era l’attività che gli consentiva di vivere. Dipingeva sempre meno, preso com’era dal lavoro, però aveva iniziato a fare anche incisioni su lastra di zinco. In una delle prime impressioni c’erano uomini in fila che sembravano yeti in cammino.

Conservo ancora una tavoletta, un dipinto a quattro mani dove Paolo aveva iniziato a pulire i pennelli ed io avevo tracciato dei segni; giocandoci sopra entrambi era apparsa una graziosa marina, un accenno di molo su cui biancheggiava la schiuma delle onde.

Erano trascorsi molti anni e la subdola malattia, la sclerosi multipla, latente in lui, si era risvegliata di colpo. Negli ultimi anni della sua vita, quando aveva ormai smesso ogni attività lavorativa, lo accompagnavo da Liliana. Seduto su una carrozzina dava consigli sui mobili da restaurare, oppure si chiacchierava di dipinti e del mondo che cambiava.

Aveva ancora fatto una mostra, una retrospettiva delle sue opere.

Nel garage che aveva trasformato in studio l’avevo accompagnato sulla carrozzina alcune volte e l’avevo aiutato a riordinare quello spazio, dove la moto di suo figlio era parcheggiata vicino all’ingresso.

Sul fondo del garage c’era un bancone con colori, piccole tele e qualche attrezzo per le cornici. Una sega, alcune pialle, pinze, martelli e chiodini.

Per poter continuare a dipingere, nonostante la malattia, aveva fatto costruire un supporto in legno dove appoggiava il braccio che reggeva il pennello. Erano gli ultimi anni della sua vita e paradossalmente nei suoi dipinti era esploso il colore.

Al funerale c’erano tutti gli amici di allora, quelli rimasti, e nel guardare i loro visi ripercorrevo a ritroso gli anni della mia gioventù.

Di lui oggi mi si rinnova il ricordo ogni volta che entro nella Sala Consigliare del Comune, dove è esposta una sua grande tela.

Ci sono contadini, corpi scuri, bruciati dalla terra e dal sole, donne con bambini e bandiere al vento. Richiama forse l’episodio della strage di Portella e, di certo, nell’osservare il viso di quegli uomini, mi ritorna in mente il suo.

Risvegliandomi dai ricordi, in quel cortile, guardavo la porta d’ingresso del laboratorio che era polverosa nel suo oblio. Sul davanzale della finestrella dove Liliana appoggiava i pennelli ad asciugare, sotto uno strato di polvere, c’era un piccolo libro dimenticato lì.

Avevo preso in mano il libro e ne avevo sfogliato distrattamente alcune pagine. Un foglietto era caduto a terra.

L’avevo raccolto e aperto; la sua calligrafia era inconfondibile, con le lettere che si piegavano leggermente verso sinistra. Allora, avevo iniziato a leggere:

Si può parlare di maternità nel dipingere un quadro…

Perché quando sollevo l’ultimo tocco di pennello mi sento ancora legata a questo dipinto…

Perché faccio fatica a staccarmi?

E’ una sensazione strana, come quando disegno un nudo femminile, dove le forme del corpo assomigliano alle mie…

Che nesso lega le due cose?

Mi sono attorniata di schizzi, i nudi che ho disegnato anni fa all’accademia.

Quelle forme… in quelle forme io mi riconosco oggi a distanza di vent’anni…

Che senso ha tutto ciò?

Ah… gli anni…

Avevo riposto il biglietto e il libro sul davanzale della piccola finestra e, aperto il portone, mi ero ritrovato sulla piazzetta. Altre volte avevo attraversato quel portone.

Pensieroso, lentamente, mi ero incamminato verso l’automobile richiudendo così una pagina della mia vita.

Confusa nella memoria
lungo la tua assenza
ti cerco nell’impossibilità
del giorno, tra il soffio delle ore
e il sussurrare del ricordo.

C’è una lieve traccia
della tua voce gioiosa
evanescente
come un dente di leone.

Mi assale la tristezza
in questa pausa
di frammenti di pensiero.
[tornerà a risplendere il sole]

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C’erano quegli istanti tutti nostri, dove la sera fuggiva verso l’ignoto mentre i sussurri confondevano le ore. C’era tutto un emergere di momenti, istanti del nostro vissuto che si incrociavano con il presente. Tu eri lì, e sorridevi contro le intemperie della vita. Eravamo dei sognatori. Ricordi? Passeggiavamo immersi in quel pacato autunno, tra i campi solcati dall’aratro dei trattori, e foglie che si accartocciavano al tempo. Rincorrevamo sogni simili a falene che si incrociavano sui nostri pensieri.

Confondevamo la notte e il giorno tra le parole che fuggivano dai nostri pensieri e si facevano ardenti attimi di vita. Erano suoni che si alzavano da stagni immobili, nei parchi ricoperti di foglie in attesa del gelo. Le parole fuggivano dalle nostre labbra come il solfeggio dei nostri baci. Erano auto lanciate in corsa, copertoni in fuga. Traguardi tagliati  di una gara senza fine.

Eravamo liberi, oggi come allora, senza il timore…

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La donna giapponese scende la scalinata. Non è un presagio ma una coincidenza. L’avevo vista, al mattino con lo sguardo assonnato, nell’ hotel, durante la colazione. Consumava il suo petit déjeuner con lo sguardo assente, lontano.
Non avevo fatto molto caso alle sue fattezze se non a quello sguardo che mi pareva vuoto, privo di luce. Ma la mia attenzione si era risvegliata quando l’avevo rivista sul metrò.
Sedeva composta nei suoi vestiti neri, con i guanti che le foderavano l’avambraccio e l’ombrellino per il sole appoggiato sulle ginocchia.
È normale durante il periodo estivo incrociare turisti ospiti dello stesso albergo. Per questo non avevo fatto caso più di tanto a quella singolare coincidenza, ed ero scivolato via lungo i miei passi. Ora la ritrovavo che scendeva la scalinata, con il viso coperto da un paio di occhiali scuri.
La folla spingeva all’ingresso del museo dove mi stavo dirigendo. Con la coda dell’occhio avevo visto la donna giapponese che infilava, con il suo passo minuto, una via laterale. Pensavo: “… soltanto allora potrai tornare sorridere”.
Durante il pranzo, un pasto consumato ad un tavolino di un bar, mentre assaporavo la rada ombra di un albero, battaglia persa contro un sole cocente, osservavo la facciata di un edificio Decò , e in particolare, in un istante in cui un ragazzo usciva dal portone del numero 15 di quella casa, le splendide fasce di legno lucido che contornavano il soffitto dell’androne piastrellato. Il passato aveva, in quell’istante, lanciato un suo sottile richiamo. Nell’istante successivo avevo scorto la famigliare figura della donna giapponese che entrava nel vecchio negozio di libri a fianco di quell’edificio.
Osservavo i volumi che quella vetrina conteneva ammantati da un velo di polvere, mi ero riproposto, terminato il pranzo, di curiosare tra quei libri usati, magari alla scoperta di qualcosa di interessante, quando vidi la mano dell’anziano proprietario che sfilava un piccolo libro in brossura, di color tabacco dal secondo scaffale. Il ripiano rimasto vuoto in quel punto sembrava una bocca priva di un dente.
Una decina di minuti dopo, la donna giapponese usciva dal negozio reggendo tra le mani quel libro.
Terminato il pranzo ero entrato nel negozio. L’anziano proprietario era seduto alla scrivania, dietro ad una pila di libri, intento a catalogarli.
“ Ha ancora una copia di quel libro che era sul secondo scaffale in vetrina ? ”
“ Un attimo che guardo…”
Era scivolato nel retrobottega e dopo un paio di minuti era emerso reggendo in mano tre libri.
“ Ne sono rimaste tre copie, due in spagnolo e una in francese. ”
“ Prendo quella in francese”
Tra le mani mi ero ritrovato “Moderato cantabile” della Marguerite Duras. Era una edizione numerata, e quella tra le mie mani era la numero 720 della collezione “La Petite Ourse”, del 19 febbraio 1960, stampata in Svizzera.
Sfogliandolo mi aveva colpito una breve frase di un dialogo, evidenziata da un sottile tratto a matita.
– Mon amour , c’est fini, je crois bien.
__________

Lei era seduta al mio fianco, uno stallo separava i nostri corpi, il porto e il mare.
Riuscivo a intravedere i suoi capelli neri e i suoi occhi. Tra le maglie di quel separè in legno dal sapore di montagna, avevo scorto il suo menù che il cameriere aveva appoggiato sul tavolo.
Le lettere dell’ alfabeto greco si stagliavano dal bianco del foglio. Sola, ottemperava alla sua cena gustando del pesce accompagnato da una caraffa di vino bianco.
Il pensiero, come un circuito elettrico a volte fa degli strani scherzi. L’immagine del viso di Diana mi era subito balzata alla mente e avanzava a passi felini.
Ma quale era il mio nome? Quello di allora o quello di adesso?
La prima sequenza di quella carrellata mentale era un primo piano della sua camera, poi il suo sorriso, la sua mano che spostava una ciocca di capelli scarmigliati. Aleggiava anche il ricordo del suo profumo, e quella buffa fotografia in bianco e nero posta sotto il ripiano in cristallo del tavolo. Lei avrà avuto sei anni e giocava con il suo cane, un pastore bergamasco che era più alto di lei. Perché la mente ricuciva queste immagini del passato? Perché le abbinava a quella sconosciuta seduta al tavolo di fianco? L’unico legame possibile poteva essere la comune origine greca. Bastava ciò per spalancare le porte del pensiero? Era singolare che cosa avevano fatto scattare quelle poche scritte in greco.
La donna si era alzata dal tavolo. Era uscita a fumare una sigaretta. Avevo scorto il suo viso, la sua figura. Sorrideva. Il cameriere si era precipitato a sparecchiare il tavolo. C’erano numerose persone in attesa di cenare. L’anziano cameriere aveva ripreso il giovane dicendogli che la donna non aveva terminato di cenare. Si era assentata momentaneamente per fumare una sigaretta.
Immediata, come la mossa di un prestigiatore, una nuova tovaglia con le stoviglie era ricomparsa sul tavolo sotto lo sguardo severo dell’anziano cameriere che controllava quel giovane maldestro.
La donna era rientrata. Sorrideva assente. L’anziano cameriere l’aveva fatta accomodare sulla sedia e le aveva versato del vino nel bicchiere. Lei sorrideva con mestizia.
Per un istante i nostri sguardi si sono incrociati, accennando entrambi un sorriso di consuetudine mentre la notte avvolgeva il brusio dei commensali e il suo menù scivolava a terra.
E nel medesimo istante, il viso di Diana, comparso nella mia mente, sussurrava “ Kalinychta”.

________

No, non lo dimentico.
Il suo sguardo mi è rimasto impresso anche se l’ho vista per pochi minuti. Era seduta sul metrò, e le lacrime le colavano sul viso, mentre il suo sguardo era fisso sul sedile di fronte. Aveva provato ad asciugarle maldestramente con la mano, mentre continuava il suo silenzioso pianto. Chissà quale sofferenza generava quel pianto.
Ma quel pianto mi aveva portato lontano. Lo so che il pensiero si attorciglia su strani ricordi, li rivitalizza nei momenti più inconsueti, inconsapevoli come la notte, lungo i labirinti del tempo.
Era il compleanno della sorella di un mio amico, e la festa si svolgeva lungo le trame di un pomeriggio stanco, lei era stata lasciata dal suo ragazzo proprio quel giorno. Piangeva, disperatamente piangeva, e quel pianto era un tuono, un boato di selvaggia disperazione che schiaffeggiava l’anima. Una valanga di sofferenza che come un’edera aggrediva i presenti, le pareti della stanza e l’intera casa.

________

L’interno della Cattedrale è semideserto. Un paio di persone inginocchiate sono raccolte nella dimensione della preghiera. Il silenzio ricopre ogni crepa. C’è un senso di raccoglimento, una separazione dal chiasso ludico del mondo esterno.
L’anziana donna avanza con fatica, a piccoli passi, verso la pala d’altare della Vergine Maria.
Il silenzio accompagna i suoi passi. La scalinata che porta all’altare della Madonna si apre a semicerchio.
La donna sale i gradini appoggiandosi al mancorrente. Scorgi la sua fatica nel progredire verso l’altare. In un istante pensi a tutti gli anni che hanno accompagnato la sua vita. La immagini bambina, poi ragazza e poi donna. E poi, lentamente, nell’accumulo delle sue primavere, dove le rughe sono come tacche sull’albero maestro della vita.
Sopra l’altare, l’immagine della Madonna che sorride è tutto un tripudio di oro. Dalla massiccia cornice che contiene il dipinto, alle icone che lo attorniano, rigorosamente inserite anch’esse in cornici dorate.
Con i ceri accesi, disposti sull’altare, ai piedi della scalinata è tutto un gran scintillio, una nebbia dorata.
La donna si segna la fronte con il segno della croce. Appoggia la borsa sull’altare e ne estrae una fotografia. La bacia e la porge alla Madonna in attesa di una silenziosa benedizione, poi la posa sull’altare. Reclina il capo e recita una litania. Le parole si disperdono sulla volta della chiesa.
Poi estrae dalla borsa un mazzo di chiavi, le porge alla Vergine Maria e continua a pregare.

Due turisti con indosso le magliette dell’Hard Rock cafe passeggiano lungo la navata laterale. Il silenzio è rotto dal suono dei loro passi. La donna giapponese è seduta all’ultimo banco. È immobile, il suo sguardo fissa il silenzio, mentre il suono delle campane invade improvviso lo spazio del giorno.
Fuori il mondo esplode di suoni.

sur la plage

E poi aveva dipinto il mare.

Con quelle vele spinte dal vento, che affollavano la striscia blu.

Con quella sabbia che sembrava un campo di grano.

Lei l’aveva seduta sulla sinistra della tela, con un libro in mano, assorta nella lettura.

Le mogli dei pittori sono sempre assorte.

Il vento dipingeva carezze e stornava l’attenzione del pittore.

Allora Édouard lo fermò. Ma la sabbia, dispettosa, si nascose nell’impasto dei colori.

Fu un tecnico di laboratorio, un secolo dopo, a ritrovarla, tra grumi di colore e velature. Lei sorrise, ma le mancava tanto il mare.

Suo fratello Eugène, (tutta una famiglia dalla “E” in comune) seduto a fianco di Suzanne, aveva un fastidioso sasso sotto il sedere e s’era sollevato, appoggiandosi al braccio sinistro, alleviando così il dolore.

– Fermo! Va bene così! – Gli aveva urlato Édouard, – che sembri un “dagherrotipo”.

Eugène non aveva digerito il pasto.

– Si mangia male qui a Berck-sur-Mer.

– Taci, che vieni mosso sul dagherr

– Ma se sono girato di spalle, non ti vedo, non stai dipingendo?

– Stai fermo e assumi un’aria assorta, così sei più interessante.

– Con ‘sto vento?

– Va be’, allora ti faccio malinconico. Li sentirai i posteri a pontificare sulla tua figura!

– Fatti furbo! Ma sentitelo il grande artista… marinaio! Siamo qui da tre settimane e non abbiamo fatto manco un bagno. Solo sabbia. Sabbia ovunque. Sembra di essere nel deserto.

– Ma come faccio a fare la pennellata fluida se fai tutto ‘sto chiasso?

– Io torno in albergo. Vieni con me Susanne?

– Oui.

Era rimasta una striscia di sabbia, vuota e bionda come l’oro. È proprio brutta questa estate del 1873, pensò il pittore, tira un vento infame.

Mi sa che prima o poi dovrò dipingerlo.

 

Dipinto di  Èdouar Manet, Sur la plage

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Ombre, siamo ombre nel solcare del sole,

immagini in controluce delle nostre storie

pensieri agitati in un sottobosco di vite.

Grandinano i desideri in selvaggi percorsi

un ansimare di sopravvivenza

nella spericolata assenza del giorno.

La corsa di oggi è già l’ansia di domani

perduti nel formicaio della città

già barattolo del nostro vivere

e come pece l’insoddisfazione sale

ricopre ansie, desideri, e muta il giorno.

La strada.jpg

 

Lunga è la strada nella polvere del giorno,

percorso consueto tra lo sfumare dell’ombra.

Quante vite a ripercorrere quei passi

mescolati da un pugno d’anni.

 

Corre la bimba, cade e si rialza donna

nel lento lenzuolo della storia

che macina sogni e respiri.

 

Ma la strada è là, immobile,

a confondersi con le stagioni

già nella prossimità del tramonto.