Gran Paradiso

Ci sono giornate grigie, dove il cielo plumbeo ricalca il grigiore interiore. Stati d’animo negativi appesantiscono le ore e non c’è verso di variare questo stato di cose. Eppure, sfogliando qualche pagina di un libro o vecchie fotografie si crea un lieve stacco. Un attimo di quiete. Poi il ricordo accende improvviso i suoi riflettori.

Cammino inquieto nell’imbrunire, lo zaino sulle spalle reclama già da due ore il suo peso.

Il rifugio è ancora lontano. Il bosco di larici, lasciato alle nostre spalle, sembra acquietarsi nel tramonto. L’ombra della sera si fa macchia.

Anche le marmotte tacciono.

Una luce in distanza ci segnala il rifugio.

I rilievi delle montagne sono screziati di viola e il sole è già scomparso all’orizzonte.

La visibilità è ancora buona.

Ancora un buon tratto di cammino e poi posiamo gli zaini al rifugio “Vittorio Sella”.

Alleggeriti, ci spostiamo verso il lago del “Lauson”.

Il sentiero è ben tracciato.

Superiamo alcune rocce e all’improvviso il laghetto è lì, a una ventina di passi da noi.

Ma lo spettacolo inaspettato a cui assistiamo è meraviglioso.

Un branco di stambecchi si sta abbeverando nella quiete dell’istante.

Ci accucciamo silenziosi dietro una roccia. Siamo sottovento, per cui gli animali non fiutano la nostra presenza. Lo spettacolo inconsueto che è apparso sotto i nostri occhi è magnifico.

La bellezza di questo branco immerso nel suo habitat naturale è stupenda.

Ne siamo affascinati. Il silenzio dell’istante parla al posto nostro. Ci sono attimi che non si riesce a descriverli… talmente sono di una bellezza rara… al di fuori della ordinaria quotidianità.

Dove ogni parola è vana.

Rimaniamo immobili sino a quando anche l’ultimo animale del branco è andato via.

Poi ci avviciniamo al laghetto. Lo sguardo si solleva dal lembo d’acqua, dalle impronte degli stambecchi nel fango per posarsi verso gli ultimi rilievi lambiti dalla luce.

L’istante è immobile, ricco di un silenzio ecumenico. Ci sentiamo in perfetta sintonia con il mondo.

Un magico istante è apparso improvviso nei nostri cuori.

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Questo mio brano è il tema del Laboratorio di Scrittura Autobiografica, dal titolo: “E all’improvviso accadde”, svoltosi con i partecipanti dell’Associazione FormEduca, presso l’Ecomuseo in Cascina RoccaFranca a Torino.

fotografie dell’autore

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C’era la montagna che risplendeva, lucente ovunque. Poi quella baita – l’ultima prima del sentiero che portava alla miniera -, raggruppata con altre piccole case a formare un accenno di borgata. La luce del mattino batteva su quelle pietre facendole brillare. La pineta si apriva ad anfiteatro dove, sulla piccola piazza, all’ombra della chiesa, un bar-ristorante e la fontana abbeveratoio, concludevano quella realtà. La fontana cantava giorno e notte. L’acqua era pura e fresca. Scendeva, attraversando rocce e terreno, direttamente dalla fusione dei nevai. Questo era l’incipit delle nostre vacanze estive.

Eravamo un gruppo famiglie, provenienti da luoghi diversi, che condividevamo un frammento dell’anno, le vacanze estive, appunto, insieme. La casa in pietra aveva anticamente ospitato minatori che lavoravano in una miniera lì vicino all’inizio del secolo. Esaurito il filone, si era poi trasformata in un alpeggio con tanto di stalla per il ricovero invernale delle mucche. La baita era molto spartana, ma disponeva di acqua corrente ed elettricità. Una lavastoviglie, soprannominala: ”la creatura” e un gabinetto in un gabbiotto esterno, addossato all’edificio, erano le comodità.

La bellezza del luogo era paradisiaca. Tutt’attorno prati, pinete e montagne. Affacciati alla finestre, nei giorni di cielo terso, lungo la valle, oltre i suoi rilievi, si vedeva la punta immacolata del Monte Bianco. Bianche nubi si sfilacciavano nel cielo sino a dissolversi. La pineta era una chioma mossa dal vento. I tramonti tavolozze di colore, e di notte, le stelle coronavano un diadema in cielo. I canti, le risate e le escursioni erano d’obbligo.

Nei giorni in cui tirava forte vento, e il cielo era liscio come una tavola di marmo, un vociare di bambini e genitori, corteggiava aquiloni che salivano nel cielo. Raffiche di vento soffiavano su quelle fragili vele. Beccheggiavano prima di sollevarsi in volo, e strattonando la fune, salivano… salivano sino a colorare l’azzurro del cielo. Il filo di nylon correva sulla carrucola come correvano i nostri giorni estivi, e noi adulti ritornavamo, in quei pomeriggi assolati, nuovamente bambini. Succedeva, a volte, che una improvvisa forte raffica di vento strappasse l’esile filo, allora l’aquilone sembrava un uccello ferito; svolazzava a destra e sinistra prima di schiantarsi su qualche pino. Lì, sembrava un panno steso ad asciugare al sole. Allora il gioco terminava improvviso.

I tre laghi di Frudiera erano una delle mete d’escursione. Si saliva lasciando la valle alle spalle, tagliando dal sentiero su prati ripidi. Non era alpinismo, ma montagna. Pura montagna. L’alpinismo, quello vero, lo leggevamo tra le pagine di Walter Bonatti o di Reinhold Messner. Camminavamo in mezzo alla natura, incrociavamo poche persone. Singolare era il passo della postina che, in perfetta divisa con tanto di berretto con visiera e la sua borsa in cuoio, portava la posta ad un alpeggio. Faticavamo a starle dietro. Distanziandoci, il suo viso rubicondo e abbronzato dal sole, si apriva in un sorriso nel salutarci.

C’erano dei momenti in cui, abbandonata la comunità, la comitiva dei compagni di vacanza, mi inoltravo nella pineta in cerca di me stesso. Il silenzio del bosco si mescolava tra le lame di luce che attraversavano i rami dei pini e degli abeti. Il sottobosco era quieto, misterioso. Il sentiero portava alla vecchia miniera abbandonata. A fianco di uno degli ingressi, i resti di un compressore, lasciato lì da un tempo immemorabile, parevano un rudere preistorico immerso nel sonno. Due tronconi di rotaia divelti marcavano, con i resti di traversine marcite, l’ingresso alla miniera. Un antro buio e umido, dalla cui roccia stillavano gocce d’acqua, sudore delle viscere della terra.

Poi il sentiero saliva e scendeva sino a strapiombare sulla valle. Lì, c’era uno spiazzo panoramico privo di vegetazione. Seduto su una grande roccia che guardava sul vuoto, lasciavo vagare il pensiero osservando il fondo valle, dove si snodava come un serpente la minuscola carreggiata. Sospeso dalle azioni mi lasciavo esistere. Contemplavo il vede boschivo nelle varie sue declinazioni di colore, lo scintillio argenteo delle rocce, dei prati e delle lose dei tetti. Il tempo fuggiva dall’istante e tutto sembrava eterno ed immobile.

C’era quel passo che riportava su di una targa la seguente scritta: Su questo colle transitò il 20 Giugno 1857 il grande poeta Tolstoy.

…partiti alle sei da Gressoney
saliti fino ad una cappella…
aria pura e rarefatta
suoni chiari sui monti
un ragazzo canta, discesa.
Aromi, odori di segala e melissa
canto di cuculo sui monti.”

Pace. Brusson
Lev Nikolaevic Tolstoy

‘dai diari giovanili’

Quello che ci colpiva era il passaggio sul valico con quei prati – gli ultimi – prima che il cielo e la terra, immersi nella luce, disegnassero i contorni del giorno. Nella salita, passo dopo passo, ci inerpicavamo lungo il sentiero, lasciando i radi pini alle spalle, passando davanti ad un alpeggio, dove l’abbaiare dei cani segnalava a distanza la nostra presenza. Superavamo il muggire delle mucche ricoverate nella stalla mentre il mio sguardo curioso, abbracciava, dalla porta spalancata, quell’esile locale per fermarsi su di un tavolo con un pezzo di tela cerata, una scodella e un bottiglione di vino. Una mensola con delle rade stoviglie, e sul muro di fronte, i panni appesi manifestavano tutta la solitudine del luogo. Proseguivamo osservando quei gruppi di pietre che formavano dei tumuli allineati lungo il versante della montagna. Fantasticavo di sepolture di eserciti impegnati a difendere alture che si gettavano sul nulla. Che fossero poi delle pietre accumulate dai montanari per liberare quei fazzoletti di prato per favorire la crescita del futuro foraggio per il gregge non toglieva nulla al loro misterioso fascino.

Salivamo poi sul costone e ci trovavamo all’improvviso sullo spartiacque di due vallate. Una cappella in pietra e un muro a secco, residuo ottocentesco di uno sbarramento austriaco, delle guerre napoleoniche ne contornava il rilievo. Ci pareva di essere sospesi tra terra e cielo, mentre l’occhio correva saltando da una roccia a un tratto di sentiero per soffermarsi all’ondeggiare dei rami di pini mossi dal vento. L’aria era frizzante nonostante il cielo terso e la luce cruda simile a quella dei giorni d’aprile. Salivamo su sfasciumi di roccia lungo la dorsale del colle. Tutti i colori del giorno erano lì, riuniti in un consesso cromatico che raramente trovavamo in città.

In quegli istanti, dopo aver abbandonato la concentrazione della salita e modulato il respiro sulla cadenza regolare del passo, respiravo profondamente ossigenando i polmoni. Di quelle estati, dove la montagna era il naturale contenitore dei miei giorni, la pineta e i sentieri diventavano i luoghi naturali di un panorama immutabile nel tempo.

Sul sentiero del ritorno, a volte accadeva che, dal cielo cupo, un temporale scoppiasse improvviso. Allora si correva in cerca di un riparo, verso la malga più vicina. Tra le saette che incendiavano il cielo e il vento che iniziava a soffiare impetuoso, tra tuoni e lampi che scaricavano le folgori sulla pietraia. L’erba dei prati si piegava sottomessa alle raffiche del vento, sembrava che una invisibile mano improvvisamente la spazzolasse. Il cielo era una tavolozza scura, dove dal grigio che incupiva in varie sfumature sino al nero più profondo, fuggivano strisce di un bianco sporco. L’acqua sferzava il viso, trascinando nell’aria frammenti di rami e foglie; e a terra si formavano improvvisi rigagnoli che facevano rotolare piccoli sassi a valle. Nonostante l’attrezzatura e le mantelline per la pioggia eravamo zuppi d’acqua. Ma la bellezza della montagna era anche quello. Poi tutto terminava, e stralci di nubi si rincorrevano lungo il vallone. Lo spettacolo era da mozzafiato.

C’era quel ruscello che, per via di una falsa pendenza e di una illusione ottica, pareva che l’acqua risalisse a monte, da dove in effetti scendeva. “L’acqua che sale” diventava così il toponimo di quel luogo. Poi i laghi, colatoi di fusione dei nevai, contrastavano con la loro superficie scura le argentee pietre degli alpeggi di alta quota. E il giorno sfumava così per incanto in quell’ambiente paradisiaco, dove il silenzio, interrotto dai rumori del bosco, era il motivo di fondo che accompagnava le giornate. Allora il pensiero abbandonava gli assilli della città, le preoccupazioni del domani e si immergeva nella forte presenza della natura. Gli stessi gesti assumevano una pacata armonia e il tempo non era più una corsa all’istante, una proiezione di momenti, bensì un lento adagio. Poi, passata la stagione, l’asfalto del ritorno ci risucchiava nelle sue corsie, mentre la sera si trasformava lentamente in notte.

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Immagine del web

E lui cercava una storia che tardava a venire. Era sempre così quando iniziava a scrivere. C’era dentro una sensazione che lo spingeva a fissare quel rombo di pensieri fuori sì sé. Sulla carta. Una storia che nasceva da lontano, in un luogo indefinito e si manifestava, svelandosi piano piano. Attingeva forse al suo passato o a ciò che la vita gli aveva portato. Scrivere non è mestiere, scrivere è un pensare visivo (oggi si direbbe in tre di), riversare fuori, sulla carta ciò che ci portiamo dentro.

Anna l’aveva vista su quel treno di notte fiondato verso la Liguria. Erano fermi nel corridoio a guardare scorrere il nulla. Avevano iniziato a raccontarsi, mentre la notte spariva ai loro occhi. “Vado ad un matrimonio di un mio vecchio amico”, aveva detto lui, aggiungendo “ sono anni che non ci vediamo… ci siamo sempre sentiti… sono il suo testimone di nozze”. Lei aveva taciuto sorridendo, poi aveva accennato a quella laurea conseguita in archeologia, e il loro discorso si era spostato sulla spianata di Giza e sulle piramidi. La stazione di arrivo li aveva accolti mentre erano immersi tra le pitture delle necropoli egizie.

Si erano salutati scambiandosi i nomi come foglie al vento, Anna e Luigi.

Due giorni dopo lui, paludato in abiti da cerimonia, si passava il dito sul colletto un po’ stretto.

Parlava con lo sposo dei vecchi tempi, giusto per stemperare la tensione dell’attesa. La sposa era entrata, in quella chiesa che sembrava una bomboniera, fasciata in un abito di taffetà.

Luigi, lei è la mia futura moglie”, gli aveva detto il suo amico mentre, sollevando il velo, lo sguardo della sposa aveva incrociato il suo.

E nel silenzio chiesa erano risuonate due parole.

Anna… Luigi…

Erano trascorsi due anni dal giorno del matrimonio dell’amico di Luigi. Due lunghi anni ricchi di eventi. Luigi si trovava a Cambridge a tenere un corso presso il King’s College relativo al restauro dei materiali cartacei. Una docenza nata per caso, su segnalazione di un monaco benedettino della abbazia di Novalesa che lavorava presso il Laboratorio di Restauro del British Museum di Londra.

E così, dalla pergamena alla carta impressa, Luigi trascorreva le giornate tenendo le sue lezioni.

Il patrimonio culturale e storico italiano era molto apprezzato dagli studenti.

Terminata la lezione, Luigi, ripresa la bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a Cambridge), passava interi pomeriggi presso una antica e polverosa libreria tenuta da una coppia di coniugi anziani. Sfogliava pagine consunte di antiche edizioni, scopriva veri tesori accatastati sotto pacchi di rotocalchi della seconda guerra mondiale o impilati su traballanti tomi rilegati in cuoio.

Fu proprio un pomeriggio di ottobre che, spostandosi tra i vari scaffali, urtò inavvertitamente una persona. Entrambi, rigirandosi, prontamente si scusarono.

I’m sorry… Anna?!”

I’m sorry… Luigi?!”

E così hai chiesto il divorzio dopo due anni che eravate sposati?”- disse Luigi, mentre con la mano scostava una ciocca di capelli che era scivolata sul viso di Anna.

Sì. Non si andava d’accordo…”

E ora?” – le chiese con lo sguardo interrogativo.

Tiro avanti alla bell’e meglio… ho il mio lavoro di fotografa.” – gli rispose lei con un sorriso.

La notte li colse stropicciati tra le lenzuola, mentre un raggio di luna esplorava il pavimento. All’alba, i loro corpi erano rannicchiati in un sonno pago, sembravano voler annullare ogni distanza da quel paese straniero che li ospitava. Anna si svegliò con uno sbadiglio e con la bocca ancora impastata di sonno, e disse.

Domani parto, devo tornare in Italia. Ho terminato il servizio fotografico.”

Dai, rimani ancora un giorno, facciamo un salto a Londra…”

Non posso, devo rientrare, Luigi…”

Ok, ti accompagno a Heathrow, Anna. Ho preso un periodo di aspettativa, George, il figlio di Lord Hamilton, l’egittologo, ha una concessione di scavo nella necropoli di Deir el-Medina, mi ha chiesto di accompagnarlo. “

E così parti anche tu…”

C’è un lieve distacco tra due anime, quando il destino incombe sul loro cammino. Un triste ripiombare in una dimensione di solitudine. E’ come quando all’improvviso sale la nebbia. Vengono a mancare tutti i punti di riferimento per orientarsi.

Però, possiamo trascorrere alcuni giorni a Venezia, se ti va, prima che io parta per il Cairo.”

Ed è con un sorriso che lei gli sussurra in un orecchio.

E’ una splendida idea!”

Dai, baciami, sciocchina…”

Venezia li accolse come una cortigiana vezzosa, tutta sfavillante di broccati e oro. Camminavano privi di meta tra campi, calli e fondamenta. Scansando la folla assiepata di turisti.

Vieni, che ti porto a vedere un piccolo gioiello” – e Luigi la prende per mano, facendosi largo tra la gente.

In campo Bandiera e Moro, davanti alla chiesa di San Giovanni in Bragora, alcuni bambini giocano a pallone. La chiesa di San Francesco della Vigna è avvolta nella penombra. All’interno di uno dei due chiostri, dove d’estate si tengono dei concerti, un mucchio di sedie accatastate attende un nuovo evento. Ma il maggior fascino del luogo, oltre il silenzio che lo avvolge, è un piccolo dipinto del Bellini. Si vede la Madonna che regge il Bambino Gesù attorniata dai Santi. Un piccolo borgo turrito fa da quinta in un paesaggio collinare che si confonde nel cielo, tra cumuli di nubi. Il probabile committente dell’opera è inginocchiato ai piedi della Vergine, seduta. Ma è il colore, che come una invisibile luce domina il dipinto, a rendere la scena altamente piacevole.

Che bello… “ – esclama Anna, con lo sguardo trasognato.

Usciti dal chiostro, Luigi le fa notare che su un muro è infissa una lastra di marmo con incisa la croce di Gerusalemme incorniciata dalla scritta “Commissariato di Terra Santa”.

Voglio andare ai Frari, a vedere l’Assunzione del Tiziano” – esclama Anna. “ Tutte le volte che vengo a Venezia ci ritorno. E’ quasi un rito!”

La Chiesa è semi deserta. Si siedono nei primi banchi e osservano, immersi nel silenzio, quella spettacolare composizione. La Madonna, in piedi su una nube sorretta da un tripudio di angeli, levita verso l’alto. A terra fa da contrappunto una folla, turbata e in piena agitazione per l’evento. Il manto della Vergine e dei due personaggi a terra, di colore rosso, creano un perfetto triangolo che spinge i loro sguardi verso l’alto.

Domani andiamo a vedere la scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni”

Sì, con tutte quelle ossa, quei teschi e quei cadaveri… che orrore, Luigi…”

Ma è uno splendido dipinto del Carpaccio, e poi San Giorgio uccide il drago…”

Piuttosto facciamo un salto alla Peggy Guggeniheim, che mi rivedo le tele di Pollock”

Già, c’è pure l’albero di Yoko Ono…”

La sera li vede raccolti attorno ad un tavolo dell’osteria Codroma, una perla ambrata del passato. Il Collegio Moorat-Raphaël è là di fronte oltre il Rio del Carmini. Luigi pensa al primo seminario di restauro dei materiali cartacei della sua vita, presso il Monastero Armeno dell’isola di San Lazzaro.

Il ricordo prende vita sulle sue parole, mentre Anna ascolta affascinata.

Ricorda il viaggio in Armenia, i monasteri con quelle lame di luce che tagliano la penombra interna, ravvivata dal consumarsi delle candele.

Gli sembra di aver sempre viaggiato, come l’Ebreo Errante, di essere un apolide, quasi ad aver cancellato il suo luogo di appartenenza.

Sei pensieroso?”

No Anna. Dopodomani parto per il Cairo e chissà quando ci rivedremo…”

Non disperare, Luigi. Ci rivedremo.”

Gli scavi nella necropoli di Deir el-Medina erano stati coronati dal successo. Era stata riportata alla luce la tomba di Pashedu, un artigiano e artista dell’era di Ramses II (XIX dinastia, XIII secolo a.C.). Pashed o Pashedu, il cui nome significa il Salvatore, fu caposquadra di uno dei gruppi di lavoratori che realizzarono le grandi sepolture reali. Infatti, Deir el-Medina era il villaggio che ospitava le famiglie degli artigiani addetti ai lavori delle tombe Reali. All’interno della tomba, decorata da splendide pitture, fu ritrovato un papiro “libro dei morti” ed altri oggetti del corredo funerario del defunto.

Lord Hamilton era entusiasta, dopo mesi di duro lavoro sui rilievi e sulla la catalogazione degli oggetti, furono preparate le bozze per la pubblicazione della scoperta e l’inaugurazione fu fatta con una sontuosa festa al Cairo, al Mariott Hotel, presso la sala conferenze e il rinfresco venne allestito ai bordi della piscina.

L’euforia aveva invaso i partecipanti. La scoperta era di notevole interesse archeologico.

Luigi, accompagnato da Anna, si stava congratulando con Lord Hamilton, tra i tavoli ai bordi della piscina, quando vi fu il primo scoppio.

Inizialmente sembrava una salva di petardi. Ma uomini vestiti di scuro riversavano correndo raffiche di Kalashnikov sui presenti.

Urla, panico…

Una esplosione presso il banco di ingresso.

La folla impazzita…

Cadaveri che galleggiavano nella piscina.

Spari di risposta dagli uomini addetti alla sicurezza…

Ai primi spari Luigi si era gettato su Anna e ora giacevano immobili a terra dietro un tavolino rovesciato.

L’attacco terroristico si era concentrato nella hall gremita di gente. Il terrore durò per lunghe sei ore con un bilancio di venti vittime, di cui due bambini e cinquanta feriti. I terroristi furono eliminati dalla task force dei corpi speciali antiterrorismo. L’ultimo terrorista, asserragliato nella sala conferenze si fece esplodere verso le prime ore del mattino.

Luigi e Anna erano illesi. Abbracciati, sull’ingresso dell’hotel, guardavano il Nilo scorrere, il sole che era una palla arancione immobile nello smog che fendeva l’aria. La cacofonia di clacson si levava alta come tutti i giorni. Un uomo con un carretto pieno di pane, trainato da un asino, passò lentamente davanti a loro, tra lo scorrere nervoso delle auto.

Loro erano vivi. Il loro amore era vivo. Il Cairo era vivo, e un nuovo giorno si affacciava nelle loro vite.

FINE

Postfazione

Questo breve raccontino nasce su proposta della “Nostra Commedia”, “Un racconto, iniziativa estiva”. Quando ho iniziato a scriverlo non avevo la minima idea di dove mi avrebbe portato la storia. Vuoto totale. Scrivere è un processo misterioso e in parte autobiografico. Frammenti di vite (la propria e quelle degli altri) si prendono a prestito e si coagulano sulla pagina. Avrei voluto far fare una gita sul barchino nel fiume Cam, a Cambridge, a Luigi e Anna, ma loro spingevano verso altri luoghi. A Venezia avrei voluto vederli seduti all’Harry’s Bar, ma erano sgattaiolati all’osteria Codroma. Infine, al Cairo, mi sarebbe piaciuto che avessero visitato la Citta dei Morti (viva più che mai), e il Museo egizio con la maschera di Tutankhamon, ma anche qui, avevano altri itinerari.

Amo pensare che oggi, Anna e Luigi, usciti dalla pagina, stiano assaporando altrove la loro vita. E di questo ne sono felice.

L’autore.

 

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C’è un sottile ed evanescente senso di estraneità dettata dal giorno. Scavalco il pensiero mediante le quotidiane azioni, lo zittisco. Ma… ma lui insiste, non demorde, si ingrossa come un fiume.
Vago tra le ombre del passato e del presente. Oracolo dei miei giorni sono approdato su un lembo avvolto dalle tenebre. Non contano i mesi, gli anni. La vita è una parabola aspra. Occorre affiorare dal lento beccheggio dei giorni. Solo l’eterno illumina le mie tenebre.
E’ la bellezza che riscatta l’oscurità.
La bellezza che illumina l’anima. È la natura che stordisce con la sua essenza. Affiorano panorami mossi dalle stagioni. L’incanto di candide cime immortali. Il richiamo di un’aquila in volo. Lo scorrere di un ruscello che si fa fiume.
È il respiro dell’arte che riscatta la vita. La figura, il gesto del colore di un dipinto. Sono quei versi spremuti dalla Storia che entrano diritti al tuo cuore. Quante storie tra quelle pagine, pensieri disposti in bella copia. La vita è tutta lì, tra amori e affanni, e il rinnovare generazioni nel crescere quotidiano.
C’è eternità tra le pagine del mondo. Sospiri che evaporano nelle pieghe dei secoli. La grande luce si apre nell’incanto di una cattedrale, un ponte, un sasso. Lo sguardo posato su un affresco o una statua creata da un progenitore lungo lo scivolare delle ore. Un canto gregoriano che si leva all’alba. Lo sguardo interrogativo di un cervo. Il bosco che sussurra alchimie di un tempo passato.
E il tuo sorriso che si fa giorno.

 

 

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Sono appeso su questa parete ormai da un mese, teso su un’intelaiatura di legno che mi sorregge e mi supporta, all’interno di un luminoso edificio. Questo è il mio corpo; il colore è la mia anima. Colui che mi ha generato, osannato dalla critica, è scomparso ormai da anni. Porto la sua impronta su di me, congelata nello spazio e nel tempo, consacrando per sempre il suo gesto creativo.

Ho passato mesi, anni, come una diva, sballottato da un luogo all’altro di questo pianeta. Ho viaggiato per l’Europa e nelle Americhe, ospite dei maggiori musei, ma ora sono stanco.

Le giornate scorrono sempre uguali. Custodito al buio, in profondi magazzini con temperatura e umidità costante, nell’attesa che mani attente mi sollevino, mi avvolgano in grandi teli impermeabili, chiuso, come lini preziosi in casse di legno, e spedito per il mondo.

Poi, altre mani con cura mi libereranno, m’isseranno su pareti (piatte allo stesso modo), e lì, dall’alto, osserverò indaffarate persone che apporteranno frenetici ritocchi prima dell’inaugurazione.

Fiori, flash, rumore della folla e profumi. Succede di solito così, ovunque.

Cambiano i suoni delle voci, secondo i paesi e le nazioni ospitanti, il resto poi, è consueto cerimoniale. E, dopo il bagno di folla, scremati i primi giorni (a volte i primi mesi), nel lento trascorrere delle ore, mi attende un’ immobile e infinita noia.

In alcuni momenti, nell’arco delle mie giornate, cessato l’afflusso di pubblico, la calca delle comitive, alcune persone si fermano silenziose davanti a me. Mi guardano lentamente, analizzandomi centimetro per centimetro. Provo un acuto senso di disagio nell’essere osservato, e ciò sin da quando, liberato da un pesante drappo, ho visto per la prima volta nella mia vita la luce. Arrossisco un po’, variando il pigmento del mio colore.

Ma la cosa è leggera e superficiale, sembra una variazione di luce minima, un volo d’airone che oscura per un istante il sole. Sinora nessuno se n’è accorto, nemmeno i critici, che accompagnati da fotografi mi osservano, pubblicando al mondo l’impasto dei miei colori.

Ieri è entrata nella sala una ragazza; com’era giovane! Il suo esile corpo era avvolto in un impermeabile grigio. Impacciata, guardava in alto (occhi miopi, protetti da lenti rotonde), verso i miei colori. Da sotto il basco, calcato di traverso sul capo, spuntava un ciuffo ribelle di capelli scuri.

Il suo sguardo mi ha percorso in lungo e in largo con attenzione. Provavo un leggero senso di prurito. Poi ha sorriso, e ha continuato a guardarmi sorridendo. Tutte le mie fibre sono state attraversate da una scarica elettrica. Mi sono sciolto, temevo di liquefarmi.

Oggi la ragazza è nuovamente qui. Ha trascorso alcune ore guardando le mie geometrie, analizzando i miei spazi. Sorrideva, con lo stesso sorriso che illumina il viso dei bambini quando chiedono alla mamma: latte!

Uscendo, ha sollevato la mano verso di me in cenno di saluto.

Sono innamorato!

Innamorato di una ragazza, di un cucciolo tenero ed esile! I miei colori brillano di gioia. Ora che lei è uscita attendo con ansia la prossima apertura del museo. La ragnatela di noia che mi avvolgeva, di colpo, si è lacerata, dissolta.

Nuove emozioni sono entrate in circolo nei miei pigmenti, e, per la seconda volta nella mia vita, dopo colui che mi ha generato, mi sento amato!

Un improvviso senso di vertigine mi ha colto, temevo di staccarmi dal muro e piombare pesantemente a terra. Sono nuovamente arrossito, vibrando leggermente la tela, ma il custode, seduto al fondo della sala, non se n’è accorto, occupato com’era a fissare il pavimento.

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Non sono un poeta

ma una peota avviata al disarmo.

Non sono versi questi spazi

coperti da uno shangai

di parole rotolate sulla carta,

semplici marmellata di sillabe acerbe.

 

Non c’è rima, ritmo o pausa,

solamente il respiro di un’eco

dispersa, un getto di dadi

sul tappeto verde.

 

La parola batte il suo tempo,

nel suo essere afasica,

riverbera, negli spazi assenti,

e ferma il pensiero.

 

Allora il verso si fa dubbio,

incerto, traballa e cade,

schegge di cristallo frantumato,

mentre l’urlo del filo d’erba

spezza l’asfalto.

 

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Era successo così, per caso. Erano anni che non tornavo in quel luogo, dopo che i miei parenti si erano trasferiti altrove. Non ne avevo più avuto motivo.

Quel giorno mi stavo recando a fare una commissione in quella zona; parcheggiata l’auto mi ero avviato verso la piccola piazzetta dell’antico borgo. In realtà più che una piazza, era un largo che si apriva dalla via proveniente dal vecchio ponte.

La serranda del negozio era chiusa. L’insegna, ormai sbiadita dal tempo, era diventata illeggibile. Eppure in quella piccola bottega di restauro avevo trascorso molte ore felici, parlando con il mio amico Paolo, pittore, e Liliana, restauratrice, che trasferitasi dalla ex Iugoslavia in Italia, aveva aperto bottega in quel luogo.

Guardavo l’insegna dove le mie mani avevano tracciato la scritta “Restauri” color oro su fondo nero, ora sbriciolata dal tempo. Erano passati tre lustri da allora; Paolo era morto e Liliana l’avevo sentita ancora in un paio di occasioni per telefono e poi non più.

Ricordo che sulla porta della bottega il suo cane Dalì, un dalmata, sembrava immobile, come le sue macchie, simile ad una statua di ceramica.

Sulla plafoniera dei campanelli, a fianco del portone, il suo nome compariva ancora e proprio in quell’istante, mentre stavo osservando i nomi degli inquilini, era uscita una signora dal portone.

Avevo chiesto notizie di Liliana. Era un paio d’anni che era tornata in patria per assistere la madre che, dopo una malattia, era morta. Lei non era più rientrata in Italia.

Salutata la signora, mi ero soffermato qualche istante nel cortile, dove d’estate, all’ombra di un tendone, ci ritrovavamo a chiacchierare.

Sempre sotto a quel tendone, su di un tavolo improvvisato da un ripiano appoggiato su due cavalletti, i miei occhi avevano visto Liliana restaurare tele del ‘700, icone, ed alcuni acquerelli in pessime condizioni, riportati a nuova vita.

Nel varcare quel portone entravo nel passato, sfogliavo il ricordo.

Il mondo dell’Arte l’avevo scoperto tramite Paolo. Ero capitato, a cavallo degli anni ’70, per caso ad una esposizione di dipinti. Mi aveva incuriosito la musica che proveniva da quel locale, ed allora ero entrato.

Una musica classica faceva da sottofondo e accompagnava l’esposizione. Alle pareti, c’era una serie di dipinti, una accozzaglia di stili diversi: dal figurativo tradizionale all’astratto.

Era l’esposizione di un gruppo di pittori locali riuniti sotto la denominazione “Gruppo Erre”.

Paolo l’avevo conosciuto lì avevamo subito fatto amicizia e iniziato a frequentarci. La sua pittura, un figurativo ad olio, molto vicino ai dipinti del pittore Pietro Morando, si ispirava al lavoro dei campi, dei contadini chini su aratri o intenti a falciare il grano.

Il suo studio era un insieme di fogli, schizzi preparatori per dipinti, disegni e pile di riviste d’arte. Le tele erano ammucchiate contro i muri e su un cavalletto era appoggiata la tela a cui stava lavorando.

Rare volte lo vedevo dipingere per via degli orari o dei reciprochi impegni; lui aveva iniziato a lavorare presso un corniciaio, ma quando lo vedevo lavorare si apriva tutto un mondo bucolico su quelle tele.

Un’estate eravamo andati in vacanza al mare, a Varigotti, dove dormivano accampati in una tenda canadese. Era una estate spartana, eravamo giovani e con poco denaro, ma allegri e tenevamo il futuro per mano.

In spiaggia lui aveva conosciuto la sua futura moglie e io avevo frequentato per un certo tempo una loro amica. Poi ero partito per il servizio militare.

Di quel gruppo di pittori e pittrici, di cui anch’io ero entrato a far parte, ricordo con affetto i due fratelli Claudio e Giuseppe; in particolar modo avevo legato con Giuseppe, timido, emotivo che arrossiva quando parlava di pittura e dei suoi dipinti. La sua era una continua ricerca pittorica.

In quel periodo, mentre suo fratello dipingeva suggestive ed eleganti eclissi nello spazio, lui stava lavorando a dei “Verminai” composti di sassolini che sembravano la sabbia sul fondo del mare.

Su una tela dal titolo “Neve rossa sulle colline” c’era un tramonto, un incendio all’imbrunire che si rifletteva sulla neve. Lui aveva catturato e messo in barattoli trasparenti – sempre sulla tela – il paesaggio. Provavo stima e affetto verso quell’uomo dall’animo poetico.

Con Paolo frequentavamo anche Marco, ottimo acquarellista e che, una sera, durante una crisi, aveva bruciato tutti i suoi lavori per dedicarsi ad una nuova ricerca espressiva. Aveva iniziato a sperimentare con materiali forme nuove di comunicazione. In quel periodo stendeva drappi neri che debordavano da veri telai di finestre. Aveva ricoperto con resina trasparente che sembrava cera cassette con frutta di plastica e le aveva inviate alla Biennale d’Arte Moderna di Venezia. Erano gli anni ’70 e il mondo dell’arte si stava muovendo verso nuove forme d’espressione.

Faceva parte del gruppo anche Alberto, un uomo dalla grossa corporatura che catturava le persone con la sua bonomia. A sentirlo parlare, anche solo per qualche minuto, il mondo ti sembrava più leggero. Credo che in parte questo suo carattere derivasse dalla sua origine emiliana. Portava il sorriso della sua gente. Correvano sui suoi disegni le risaie del novarese, alberi con rami che scrutavano il cielo. Era una nota calda dove il disegno a sanguigna creava una suggestiva atmosfera sul paesaggio tratteggiato. Più elaborati erano i suoi disegni a china. Luoghi, boschi, abitazioni, fitti in un intreccio armonico ed equilibrato di segni.

La laguna e gli argini del Po comparivano quasi timidi nei suoi acquerelli. Erano immagini create dai ricordi dei momenti come la pesca, l’altra sua grande passione, a contatto con la natura. Tenui colori gialli, i verdini e gli azzurri dell’acqua e del cielo che si alternavano nel segno lasciato dai morbidi pennelli.

Credo che avesse trascorso anche dei momenti a Coazze (un suo disegno a china portava il titolo di quella città), dove sul campanile compare una singolare scritta: “Ognuno a suo modo” che forse ispirò Pirandello che trascorse alcuni mesi estivi in quel medesimo luogo, l’opera teatrale “Ciascuno a suo modo”.

Nel gruppo, a dir il vero, un po’ in disparte c’era anche Teresio. Più anziano degli altri, solitario, dipingeva oltre a paesaggi, principalmente fiori. Giovane, aveva illustrato con le sue mani i suoi disegni, i suoi colori, alcune tavole per enciclopedie. Nel suo studio, oltre alle gabbie dei canarini, altra sua grande passione, mazzi di fiori ovunque. Alcuni freschi altri vizzi. Lui era taciturno, ma la sua arte parlava per lui. Eccome parlava. Lo ritrovavi tra i fiori, dipinti con tenui colori, con sfumature accennate che ti avvolgevano in una atmosfera delicata e nel contempo gioiosa. Dipingere era la sua famiglia, il suo mondo, la sua vita.

Paolo l’avevo perso di vista per anni, quando le nostre vite avevano preso direzioni diverse. Ogni tanto capitavo nel suo laboratorio di cornici, dove restaurava anche mobili antichi. Era l’attività che gli consentiva di vivere. Dipingeva sempre meno, preso com’era dal lavoro, però aveva iniziato a fare anche incisioni su lastra di zinco. In una delle prime impressioni c’erano uomini in fila che sembravano yeti in cammino.

Conservo ancora una tavoletta, un dipinto a quattro mani dove Paolo aveva iniziato a pulire i pennelli ed io avevo tracciato dei segni; giocandoci sopra entrambi era apparsa una graziosa marina, un accenno di molo su cui biancheggiava la schiuma delle onde.

Erano trascorsi molti anni e la subdola malattia, la sclerosi multipla, latente in lui, si era risvegliata di colpo. Negli ultimi anni della sua vita, quando aveva ormai smesso ogni attività lavorativa, lo accompagnavo da Liliana. Seduto su una carrozzina dava consigli sui mobili da restaurare, oppure si chiacchierava di dipinti e del mondo che cambiava.

Aveva ancora fatto una mostra, una retrospettiva delle sue opere.

Nel garage che aveva trasformato in studio l’avevo accompagnato sulla carrozzina alcune volte e l’avevo aiutato a riordinare quello spazio, dove la moto di suo figlio era parcheggiata vicino all’ingresso.

Sul fondo del garage c’era un bancone con colori, piccole tele e qualche attrezzo per le cornici. Una sega, alcune pialle, pinze, martelli e chiodini.

Per poter continuare a dipingere, nonostante la malattia, aveva fatto costruire un supporto in legno dove appoggiava il braccio che reggeva il pennello. Erano gli ultimi anni della sua vita e paradossalmente nei suoi dipinti era esploso il colore.

Al funerale c’erano tutti gli amici di allora, quelli rimasti, e nel guardare i loro visi ripercorrevo a ritroso gli anni della mia gioventù.

Di lui oggi mi si rinnova il ricordo ogni volta che entro nella Sala Consigliare del Comune, dove è esposta una sua grande tela.

Ci sono contadini, corpi scuri, bruciati dalla terra e dal sole, donne con bambini e bandiere al vento. Richiama forse l’episodio della strage di Portella e, di certo, nell’osservare il viso di quegli uomini, mi ritorna in mente il suo.

Risvegliandomi dai ricordi, in quel cortile, guardavo la porta d’ingresso del laboratorio che era polverosa nel suo oblio. Sul davanzale della finestrella dove Liliana appoggiava i pennelli ad asciugare, sotto uno strato di polvere, c’era un piccolo libro dimenticato lì.

Avevo preso in mano il libro e ne avevo sfogliato distrattamente alcune pagine. Un foglietto era caduto a terra.

L’avevo raccolto e aperto; la sua calligrafia era inconfondibile, con le lettere che si piegavano leggermente verso sinistra. Allora, avevo iniziato a leggere:

Si può parlare di maternità nel dipingere un quadro…

Perché quando sollevo l’ultimo tocco di pennello mi sento ancora legata a questo dipinto…

Perché faccio fatica a staccarmi?

E’ una sensazione strana, come quando disegno un nudo femminile, dove le forme del corpo assomigliano alle mie…

Che nesso lega le due cose?

Mi sono attorniata di schizzi, i nudi che ho disegnato anni fa all’accademia.

Quelle forme… in quelle forme io mi riconosco oggi a distanza di vent’anni…

Che senso ha tutto ciò?

Ah… gli anni…

Avevo riposto il biglietto e il libro sul davanzale della piccola finestra e, aperto il portone, mi ero ritrovato sulla piazzetta. Altre volte avevo attraversato quel portone.

Pensieroso, lentamente, mi ero incamminato verso l’automobile richiudendo così una pagina della mia vita.

Confusa nella memoria
lungo la tua assenza
ti cerco nell’impossibilità
del giorno, tra il soffio delle ore
e il sussurrare del ricordo.

C’è una lieve traccia
della tua voce gioiosa
evanescente
come un dente di leone.

Mi assale la tristezza
in questa pausa
di frammenti di pensiero.
[tornerà a risplendere il sole]

immagine del web

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C’erano quegli istanti tutti nostri, dove la sera fuggiva verso l’ignoto mentre i sussurri confondevano le ore. C’era tutto un emergere di momenti, istanti del nostro vissuto che si incrociavano con il presente. Tu eri lì, e sorridevi contro le intemperie della vita. Eravamo dei sognatori. Ricordi? Passeggiavamo immersi in quel pacato autunno, tra i campi solcati dall’aratro dei trattori, e foglie che si accartocciavano al tempo. Rincorrevamo sogni simili a falene che si incrociavano sui nostri pensieri.

Confondevamo la notte e il giorno tra le parole che fuggivano dai nostri pensieri e si facevano ardenti attimi di vita. Erano suoni che si alzavano da stagni immobili, nei parchi ricoperti di foglie in attesa del gelo. Le parole fuggivano dalle nostre labbra come il solfeggio dei nostri baci. Erano auto lanciate in corsa, copertoni in fuga. Traguardi tagliati  di una gara senza fine.

Eravamo liberi, oggi come allora, senza il timore…

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La donna giapponese scende la scalinata. Non è un presagio ma una coincidenza. L’avevo vista, al mattino con lo sguardo assonnato, nell’ hotel, durante la colazione. Consumava il suo petit déjeuner con lo sguardo assente, lontano.
Non avevo fatto molto caso alle sue fattezze se non a quello sguardo che mi pareva vuoto, privo di luce. Ma la mia attenzione si era risvegliata quando l’avevo rivista sul metrò.
Sedeva composta nei suoi vestiti neri, con i guanti che le foderavano l’avambraccio e l’ombrellino per il sole appoggiato sulle ginocchia.
È normale durante il periodo estivo incrociare turisti ospiti dello stesso albergo. Per questo non avevo fatto caso più di tanto a quella singolare coincidenza, ed ero scivolato via lungo i miei passi. Ora la ritrovavo che scendeva la scalinata, con il viso coperto da un paio di occhiali scuri.
La folla spingeva all’ingresso del museo dove mi stavo dirigendo. Con la coda dell’occhio avevo visto la donna giapponese che infilava, con il suo passo minuto, una via laterale. Pensavo: “… soltanto allora potrai tornare sorridere”.
Durante il pranzo, un pasto consumato ad un tavolino di un bar, mentre assaporavo la rada ombra di un albero, battaglia persa contro un sole cocente, osservavo la facciata di un edificio Decò , e in particolare, in un istante in cui un ragazzo usciva dal portone del numero 15 di quella casa, le splendide fasce di legno lucido che contornavano il soffitto dell’androne piastrellato. Il passato aveva, in quell’istante, lanciato un suo sottile richiamo. Nell’istante successivo avevo scorto la famigliare figura della donna giapponese che entrava nel vecchio negozio di libri a fianco di quell’edificio.
Osservavo i volumi che quella vetrina conteneva ammantati da un velo di polvere, mi ero riproposto, terminato il pranzo, di curiosare tra quei libri usati, magari alla scoperta di qualcosa di interessante, quando vidi la mano dell’anziano proprietario che sfilava un piccolo libro in brossura, di color tabacco dal secondo scaffale. Il ripiano rimasto vuoto in quel punto sembrava una bocca priva di un dente.
Una decina di minuti dopo, la donna giapponese usciva dal negozio reggendo tra le mani quel libro.
Terminato il pranzo ero entrato nel negozio. L’anziano proprietario era seduto alla scrivania, dietro ad una pila di libri, intento a catalogarli.
“ Ha ancora una copia di quel libro che era sul secondo scaffale in vetrina ? ”
“ Un attimo che guardo…”
Era scivolato nel retrobottega e dopo un paio di minuti era emerso reggendo in mano tre libri.
“ Ne sono rimaste tre copie, due in spagnolo e una in francese. ”
“ Prendo quella in francese”
Tra le mani mi ero ritrovato “Moderato cantabile” della Marguerite Duras. Era una edizione numerata, e quella tra le mie mani era la numero 720 della collezione “La Petite Ourse”, del 19 febbraio 1960, stampata in Svizzera.
Sfogliandolo mi aveva colpito una breve frase di un dialogo, evidenziata da un sottile tratto a matita.
– Mon amour , c’est fini, je crois bien.
__________

Lei era seduta al mio fianco, uno stallo separava i nostri corpi, il porto e il mare.
Riuscivo a intravedere i suoi capelli neri e i suoi occhi. Tra le maglie di quel separè in legno dal sapore di montagna, avevo scorto il suo menù che il cameriere aveva appoggiato sul tavolo.
Le lettere dell’ alfabeto greco si stagliavano dal bianco del foglio. Sola, ottemperava alla sua cena gustando del pesce accompagnato da una caraffa di vino bianco.
Il pensiero, come un circuito elettrico a volte fa degli strani scherzi. L’immagine del viso di Diana mi era subito balzata alla mente e avanzava a passi felini.
Ma quale era il mio nome? Quello di allora o quello di adesso?
La prima sequenza di quella carrellata mentale era un primo piano della sua camera, poi il suo sorriso, la sua mano che spostava una ciocca di capelli scarmigliati. Aleggiava anche il ricordo del suo profumo, e quella buffa fotografia in bianco e nero posta sotto il ripiano in cristallo del tavolo. Lei avrà avuto sei anni e giocava con il suo cane, un pastore bergamasco che era più alto di lei. Perché la mente ricuciva queste immagini del passato? Perché le abbinava a quella sconosciuta seduta al tavolo di fianco? L’unico legame possibile poteva essere la comune origine greca. Bastava ciò per spalancare le porte del pensiero? Era singolare che cosa avevano fatto scattare quelle poche scritte in greco.
La donna si era alzata dal tavolo. Era uscita a fumare una sigaretta. Avevo scorto il suo viso, la sua figura. Sorrideva. Il cameriere si era precipitato a sparecchiare il tavolo. C’erano numerose persone in attesa di cenare. L’anziano cameriere aveva ripreso il giovane dicendogli che la donna non aveva terminato di cenare. Si era assentata momentaneamente per fumare una sigaretta.
Immediata, come la mossa di un prestigiatore, una nuova tovaglia con le stoviglie era ricomparsa sul tavolo sotto lo sguardo severo dell’anziano cameriere che controllava quel giovane maldestro.
La donna era rientrata. Sorrideva assente. L’anziano cameriere l’aveva fatta accomodare sulla sedia e le aveva versato del vino nel bicchiere. Lei sorrideva con mestizia.
Per un istante i nostri sguardi si sono incrociati, accennando entrambi un sorriso di consuetudine mentre la notte avvolgeva il brusio dei commensali e il suo menù scivolava a terra.
E nel medesimo istante, il viso di Diana, comparso nella mia mente, sussurrava “ Kalinychta”.

________

No, non lo dimentico.
Il suo sguardo mi è rimasto impresso anche se l’ho vista per pochi minuti. Era seduta sul metrò, e le lacrime le colavano sul viso, mentre il suo sguardo era fisso sul sedile di fronte. Aveva provato ad asciugarle maldestramente con la mano, mentre continuava il suo silenzioso pianto. Chissà quale sofferenza generava quel pianto.
Ma quel pianto mi aveva portato lontano. Lo so che il pensiero si attorciglia su strani ricordi, li rivitalizza nei momenti più inconsueti, inconsapevoli come la notte, lungo i labirinti del tempo.
Era il compleanno della sorella di un mio amico, e la festa si svolgeva lungo le trame di un pomeriggio stanco, lei era stata lasciata dal suo ragazzo proprio quel giorno. Piangeva, disperatamente piangeva, e quel pianto era un tuono, un boato di selvaggia disperazione che schiaffeggiava l’anima. Una valanga di sofferenza che come un’edera aggrediva i presenti, le pareti della stanza e l’intera casa.

________

L’interno della Cattedrale è semideserto. Un paio di persone inginocchiate sono raccolte nella dimensione della preghiera. Il silenzio ricopre ogni crepa. C’è un senso di raccoglimento, una separazione dal chiasso ludico del mondo esterno.
L’anziana donna avanza con fatica, a piccoli passi, verso la pala d’altare della Vergine Maria.
Il silenzio accompagna i suoi passi. La scalinata che porta all’altare della Madonna si apre a semicerchio.
La donna sale i gradini appoggiandosi al mancorrente. Scorgi la sua fatica nel progredire verso l’altare. In un istante pensi a tutti gli anni che hanno accompagnato la sua vita. La immagini bambina, poi ragazza e poi donna. E poi, lentamente, nell’accumulo delle sue primavere, dove le rughe sono come tacche sull’albero maestro della vita.
Sopra l’altare, l’immagine della Madonna che sorride è tutto un tripudio di oro. Dalla massiccia cornice che contiene il dipinto, alle icone che lo attorniano, rigorosamente inserite anch’esse in cornici dorate.
Con i ceri accesi, disposti sull’altare, ai piedi della scalinata è tutto un gran scintillio, una nebbia dorata.
La donna si segna la fronte con il segno della croce. Appoggia la borsa sull’altare e ne estrae una fotografia. La bacia e la porge alla Madonna in attesa di una silenziosa benedizione, poi la posa sull’altare. Reclina il capo e recita una litania. Le parole si disperdono sulla volta della chiesa.
Poi estrae dalla borsa un mazzo di chiavi, le porge alla Vergine Maria e continua a pregare.

Due turisti con indosso le magliette dell’Hard Rock cafe passeggiano lungo la navata laterale. Il silenzio è rotto dal suono dei loro passi. La donna giapponese è seduta all’ultimo banco. È immobile, il suo sguardo fissa il silenzio, mentre il suono delle campane invade improvviso lo spazio del giorno.
Fuori il mondo esplode di suoni.