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E’ la scomparsa del calzino, la fuga negletta dalla lavatrice, la libertà spaiata di una coppia che si dissolve. Scompare così nell’antro della macchina da lavare il calzino (inizio di una processione di assenze). Ad ogni lavaggio l’appello è vano, c’è sempre un single che piange il suo partner.

Quali meandri oscuri, quali condutture, tubi, ventole e scarichi fagocitano e favoriscono la scomparsa del calzino, quel folle spaiato?

È un tuffo nella clandestinità, una libertà da un accumulo di passi, da uno stirare e allungare pieghe raggrinzite sui polpacci.

Ma dove fuggono i calzini? Qual’è il loro misterioso cammino?

È triste la sepoltura degli spaiati, un rito di abbandono in un remoto cassetto, privi dell’appartenenza al loro ruolo.

Un vano conteggio dei superstiti, naufraghi dall’arrembaggio di una dura lavatrice. Il sospetto di una defezione in massa. Ma è un appello vano, una misteriosa e sconcertante presa di coscienza che il “Movimento per la liberazione del Calzino” ha colpito ancora.

Fotografia dell’autore

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Abbracciare, contenere, gestire o, forse meglio, convivere. Convivere con quell’onda chiamata emotività che si alza improvvisa, come un temporale estivo, e che mi travolge nel suo percorso.

È un muro d’acqua enorme e, allora, in piedi su un’esile tavola da surf (la mia vita), inizia la corsa. In equilibrio precario, con le ginocchia piegate, le braccia distese, cerco di accompagnare il muro d’acqua, cavalco la cresta, accompagno l’onda.

Equilibrio e sommità del cavallone sono i due presupposti per non naufragare. E l’ansia, l’agitazione la frustrazione e il disagio, sono satelliti in questa corsa. L’evento scatenante è casuale. Può avvenire in un qualsiasi momento della giornata, generato da un episodio occasionale, da un incontro, da un problema. La bellezza di un evento, di un’opera.

E allora, inatteso, si alza il muro d’acqua.

C’è un accelerare frenetico di tensione, il termometro interno delle emozioni satura la colonnina. La notte poi, c’è da perderci il sonno. Solo, sulla mia tavola, cavalco l’onda dell’emotività. C’è, nel momento dell’apice, un breve istante di fermo immagine. E’ un momento unico, fantastico, dove mi ritrovo in equilibrio su di un muro d’acqua, alto molti metri e sono attorniato da schizzi di schiuma bianchissima. Il cielo e il mare, in quell’istante si fondono, e mi sembra di spiccare il volo.

Sono al culmine del mio momento emotivo.

Eppure, proprio in quell’istante (unico, fantastico, eccezionale e irripetibile) inizia la discesa.

L’onda emotiva placa la sua spinta, il cavallone d’acqua si sgonfia, si conclude, si sgretola, si attenua e infine spiaggia. Dissolta l’intensità, terminata la corsa, il momento è passato. Tutto è finito. Placata l’ansia, tutte le proiezioni generate dall’emotività si fermano. E qui, sul bianco della pagina, la scrittura fissa la testimonianza dell’evento, inserendolo nell’album dei ricordi, nel passato della mia vita.

 

Fotografia: La grande onda di Kanagawa – Opera di Katsushika Hokusai

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La lettera l’aveva ricevuta quel mattino nuvoloso e grigio come la cenere. Lui era partito lungo la rotta del nord. Dell’aereo erano settimane che non si avevano più tracce. La lettera era stata spedita dalla base della Groenlandia, da un suo collega pilota. Lui gliela aveva sporta prima della missione volo sulla banchisa artica.
La donna si affacciò alla finestra e stringendo nel pugno della mano la lettera, guardò il cielo verso l’orizzonte, mentre le sue parole continuavano a risuonarle nella mente.

“Non importa dove andrò, non importa cosa farò. Ci sono istanti dove le storie si incrociano. Si scontrano. Scivolano nel grande mare del tempo. Puoi passare cento vite, e come un fiore, appassire e germogliare nella dislessia dei giorni, ma non sarai mai sola. Due anime quando si incontrano si scontrano e si compenetrano. Può crollare il mondo ma noi comunque ci saremo. Ci saremo oltre le distanze, oltre la fuliggine dei pensieri, nel maremoto dei sentimenti, negli spazi del giorno, da qui all’infinito. Nella gioia e nel dolore, partecipi alla vita. Quante albe e quanti tramonti il giorno ci dispenserà nell’affrontare il nostro destino. Raccolgo tutti i sorrisi di un istante, là, dove il pensiero si annida nei tuoi spazi. La tua voce è un canto gioioso che si leva dalla terra. Perchè, sì: Non importa dove andrò, noi due saremo sempre sotto la stessa luna.”

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L’onda corre trascinata da una bava di vento, osservi il mare che respira placido, mentre tu cammini sull’onda un suono lontano. È una canzone dei tuoi giorni.

La voce di Paul dei quattro Fab Four “Blackbird singin in the dead of night” ti riporta indietro nel tempo. Il verso del merlo inserito nella canzone conduce all’alba, alla campagna.

Distese di prati verdi che sfilano davanti ai tuoi occhi mentre pedali sulla bicicletta. Pedali nei giorni del tuo passato. Giorni della speranza, giorni del futuro, densi di progetti e di tutti i tuoi sogni.
E la notte cede il passo all’alba, così come lame di luce ondeggiano sulla tua pupilla.

E’ la livrea del mare che ti sussurra ombre e luci in un vibrare di colore. E tu sei lì, racchiuso nei tuoi pensieri, mentre sospiri al nuovo giorno. L’acqua scorre, cancella l’umidità dei tuoi pensieri, scorre dal soffione della doccia, un gocciolio remoto che ti rimanda a quella fortificazione d’altura, dismessa dalla guerra e dagli uomini. Il gocciolio è ora acqua del disgelo di quella lingua di ghiaccio e di neve che trasuda dai corridoi e dalle casematte abbandonate.


Ma tu sai che il pensiero è un caleidoscopio di emozioni e ora, guardando il mare, scorgi il riflesso, in tutte le declinazioni del blu, di quella bava di vento che muove l’acqua, di quella massa morbida e silenziosa.


I tuoi ieri sono racchiusi nell’onda che sottovoce abbrivia sul bagnasciuga. E tu sei qui, a fare a bim – bum – bang con i tuoi sogni che un pensiero fluttuante ti riporta.

Tutti i tuoi ieri sono riccioli biondi che incrociano un sorriso di bimbo lontano nel tempo. Ma la corsa della vita continua nel sogno e nel giorno, al di là dello spegnersi della notte e verso l’alba che incornicia il mattino. Il domani è un nuovo foglio staccato dal calendario, oltre la notte, il mare e il tuo pensiero.

Gran Paradiso

Ci sono giornate grigie, dove il cielo plumbeo ricalca il grigiore interiore. Stati d’animo negativi appesantiscono le ore e non c’è verso di variare questo stato di cose. Eppure, sfogliando qualche pagina di un libro o vecchie fotografie si crea un lieve stacco. Un attimo di quiete. Poi il ricordo accende improvviso i suoi riflettori.

Cammino inquieto nell’imbrunire, lo zaino sulle spalle reclama già da due ore il suo peso.

Il rifugio è ancora lontano. Il bosco di larici, lasciato alle nostre spalle, sembra acquietarsi nel tramonto. L’ombra della sera si fa macchia.

Anche le marmotte tacciono.

Una luce in distanza ci segnala il rifugio.

I rilievi delle montagne sono screziati di viola e il sole è già scomparso all’orizzonte.

La visibilità è ancora buona.

Ancora un buon tratto di cammino e poi posiamo gli zaini al rifugio “Vittorio Sella”.

Alleggeriti, ci spostiamo verso il lago del “Lauson”.

Il sentiero è ben tracciato.

Superiamo alcune rocce e all’improvviso il laghetto è lì, a una ventina di passi da noi.

Ma lo spettacolo inaspettato a cui assistiamo è meraviglioso.

Un branco di stambecchi si sta abbeverando nella quiete dell’istante.

Ci accucciamo silenziosi dietro una roccia. Siamo sottovento, per cui gli animali non fiutano la nostra presenza. Lo spettacolo inconsueto che è apparso sotto i nostri occhi è magnifico.

La bellezza di questo branco immerso nel suo habitat naturale è stupenda.

Ne siamo affascinati. Il silenzio dell’istante parla al posto nostro. Ci sono attimi che non si riesce a descriverli… talmente sono di una bellezza rara… al di fuori della ordinaria quotidianità.

Dove ogni parola è vana.

Rimaniamo immobili sino a quando anche l’ultimo animale del branco è andato via.

Poi ci avviciniamo al laghetto. Lo sguardo si solleva dal lembo d’acqua, dalle impronte degli stambecchi nel fango per posarsi verso gli ultimi rilievi lambiti dalla luce.

L’istante è immobile, ricco di un silenzio ecumenico. Ci sentiamo in perfetta sintonia con il mondo.

Un magico istante è apparso improvviso nei nostri cuori.

_____

Questo mio brano è il tema del Laboratorio di Scrittura Autobiografica, dal titolo: “E all’improvviso accadde”, svoltosi con i partecipanti dell’Associazione FormEduca, presso l’Ecomuseo in Cascina RoccaFranca a Torino.

fotografie dell’autore

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C’era la montagna che risplendeva, lucente ovunque. Poi quella baita – l’ultima prima del sentiero che portava alla miniera -, raggruppata con altre piccole case a formare un accenno di borgata. La luce del mattino batteva su quelle pietre facendole brillare. La pineta si apriva ad anfiteatro dove, sulla piccola piazza, all’ombra della chiesa, un bar-ristorante e la fontana abbeveratoio, concludevano quella realtà. La fontana cantava giorno e notte. L’acqua era pura e fresca. Scendeva, attraversando rocce e terreno, direttamente dalla fusione dei nevai. Questo era l’incipit delle nostre vacanze estive.

Eravamo un gruppo famiglie, provenienti da luoghi diversi, che condividevamo un frammento dell’anno, le vacanze estive, appunto, insieme. La casa in pietra aveva anticamente ospitato minatori che lavoravano in una miniera lì vicino all’inizio del secolo. Esaurito il filone, si era poi trasformata in un alpeggio con tanto di stalla per il ricovero invernale delle mucche. La baita era molto spartana, ma disponeva di acqua corrente ed elettricità. Una lavastoviglie, soprannominala: ”la creatura” e un gabinetto in un gabbiotto esterno, addossato all’edificio, erano le comodità.

La bellezza del luogo era paradisiaca. Tutt’attorno prati, pinete e montagne. Affacciati alla finestre, nei giorni di cielo terso, lungo la valle, oltre i suoi rilievi, si vedeva la punta immacolata del Monte Bianco. Bianche nubi si sfilacciavano nel cielo sino a dissolversi. La pineta era una chioma mossa dal vento. I tramonti tavolozze di colore, e di notte, le stelle coronavano un diadema in cielo. I canti, le risate e le escursioni erano d’obbligo.

Nei giorni in cui tirava forte vento, e il cielo era liscio come una tavola di marmo, un vociare di bambini e genitori, corteggiava aquiloni che salivano nel cielo. Raffiche di vento soffiavano su quelle fragili vele. Beccheggiavano prima di sollevarsi in volo, e strattonando la fune, salivano… salivano sino a colorare l’azzurro del cielo. Il filo di nylon correva sulla carrucola come correvano i nostri giorni estivi, e noi adulti ritornavamo, in quei pomeriggi assolati, nuovamente bambini. Succedeva, a volte, che una improvvisa forte raffica di vento strappasse l’esile filo, allora l’aquilone sembrava un uccello ferito; svolazzava a destra e sinistra prima di schiantarsi su qualche pino. Lì, sembrava un panno steso ad asciugare al sole. Allora il gioco terminava improvviso.

I tre laghi di Frudiera erano una delle mete d’escursione. Si saliva lasciando la valle alle spalle, tagliando dal sentiero su prati ripidi. Non era alpinismo, ma montagna. Pura montagna. L’alpinismo, quello vero, lo leggevamo tra le pagine di Walter Bonatti o di Reinhold Messner. Camminavamo in mezzo alla natura, incrociavamo poche persone. Singolare era il passo della postina che, in perfetta divisa con tanto di berretto con visiera e la sua borsa in cuoio, portava la posta ad un alpeggio. Faticavamo a starle dietro. Distanziandoci, il suo viso rubicondo e abbronzato dal sole, si apriva in un sorriso nel salutarci.

C’erano dei momenti in cui, abbandonata la comunità, la comitiva dei compagni di vacanza, mi inoltravo nella pineta in cerca di me stesso. Il silenzio del bosco si mescolava tra le lame di luce che attraversavano i rami dei pini e degli abeti. Il sottobosco era quieto, misterioso. Il sentiero portava alla vecchia miniera abbandonata. A fianco di uno degli ingressi, i resti di un compressore, lasciato lì da un tempo immemorabile, parevano un rudere preistorico immerso nel sonno. Due tronconi di rotaia divelti marcavano, con i resti di traversine marcite, l’ingresso alla miniera. Un antro buio e umido, dalla cui roccia stillavano gocce d’acqua, sudore delle viscere della terra.

Poi il sentiero saliva e scendeva sino a strapiombare sulla valle. Lì, c’era uno spiazzo panoramico privo di vegetazione. Seduto su una grande roccia che guardava sul vuoto, lasciavo vagare il pensiero osservando il fondo valle, dove si snodava come un serpente la minuscola carreggiata. Sospeso dalle azioni mi lasciavo esistere. Contemplavo il vede boschivo nelle varie sue declinazioni di colore, lo scintillio argenteo delle rocce, dei prati e delle lose dei tetti. Il tempo fuggiva dall’istante e tutto sembrava eterno ed immobile.

C’era quel passo che riportava su di una targa la seguente scritta: Su questo colle transitò il 20 Giugno 1857 il grande poeta Tolstoy.

…partiti alle sei da Gressoney
saliti fino ad una cappella…
aria pura e rarefatta
suoni chiari sui monti
un ragazzo canta, discesa.
Aromi, odori di segala e melissa
canto di cuculo sui monti.”

Pace. Brusson
Lev Nikolaevic Tolstoy

‘dai diari giovanili’

Quello che ci colpiva era il passaggio sul valico con quei prati – gli ultimi – prima che il cielo e la terra, immersi nella luce, disegnassero i contorni del giorno. Nella salita, passo dopo passo, ci inerpicavamo lungo il sentiero, lasciando i radi pini alle spalle, passando davanti ad un alpeggio, dove l’abbaiare dei cani segnalava a distanza la nostra presenza. Superavamo il muggire delle mucche ricoverate nella stalla mentre il mio sguardo curioso, abbracciava, dalla porta spalancata, quell’esile locale per fermarsi su di un tavolo con un pezzo di tela cerata, una scodella e un bottiglione di vino. Una mensola con delle rade stoviglie, e sul muro di fronte, i panni appesi manifestavano tutta la solitudine del luogo. Proseguivamo osservando quei gruppi di pietre che formavano dei tumuli allineati lungo il versante della montagna. Fantasticavo di sepolture di eserciti impegnati a difendere alture che si gettavano sul nulla. Che fossero poi delle pietre accumulate dai montanari per liberare quei fazzoletti di prato per favorire la crescita del futuro foraggio per il gregge non toglieva nulla al loro misterioso fascino.

Salivamo poi sul costone e ci trovavamo all’improvviso sullo spartiacque di due vallate. Una cappella in pietra e un muro a secco, residuo ottocentesco di uno sbarramento austriaco, delle guerre napoleoniche ne contornava il rilievo. Ci pareva di essere sospesi tra terra e cielo, mentre l’occhio correva saltando da una roccia a un tratto di sentiero per soffermarsi all’ondeggiare dei rami di pini mossi dal vento. L’aria era frizzante nonostante il cielo terso e la luce cruda simile a quella dei giorni d’aprile. Salivamo su sfasciumi di roccia lungo la dorsale del colle. Tutti i colori del giorno erano lì, riuniti in un consesso cromatico che raramente trovavamo in città.

In quegli istanti, dopo aver abbandonato la concentrazione della salita e modulato il respiro sulla cadenza regolare del passo, respiravo profondamente ossigenando i polmoni. Di quelle estati, dove la montagna era il naturale contenitore dei miei giorni, la pineta e i sentieri diventavano i luoghi naturali di un panorama immutabile nel tempo.

Sul sentiero del ritorno, a volte accadeva che, dal cielo cupo, un temporale scoppiasse improvviso. Allora si correva in cerca di un riparo, verso la malga più vicina. Tra le saette che incendiavano il cielo e il vento che iniziava a soffiare impetuoso, tra tuoni e lampi che scaricavano le folgori sulla pietraia. L’erba dei prati si piegava sottomessa alle raffiche del vento, sembrava che una invisibile mano improvvisamente la spazzolasse. Il cielo era una tavolozza scura, dove dal grigio che incupiva in varie sfumature sino al nero più profondo, fuggivano strisce di un bianco sporco. L’acqua sferzava il viso, trascinando nell’aria frammenti di rami e foglie; e a terra si formavano improvvisi rigagnoli che facevano rotolare piccoli sassi a valle. Nonostante l’attrezzatura e le mantelline per la pioggia eravamo zuppi d’acqua. Ma la bellezza della montagna era anche quello. Poi tutto terminava, e stralci di nubi si rincorrevano lungo il vallone. Lo spettacolo era da mozzafiato.

C’era quel ruscello che, per via di una falsa pendenza e di una illusione ottica, pareva che l’acqua risalisse a monte, da dove in effetti scendeva. “L’acqua che sale” diventava così il toponimo di quel luogo. Poi i laghi, colatoi di fusione dei nevai, contrastavano con la loro superficie scura le argentee pietre degli alpeggi di alta quota. E il giorno sfumava così per incanto in quell’ambiente paradisiaco, dove il silenzio, interrotto dai rumori del bosco, era il motivo di fondo che accompagnava le giornate. Allora il pensiero abbandonava gli assilli della città, le preoccupazioni del domani e si immergeva nella forte presenza della natura. Gli stessi gesti assumevano una pacata armonia e il tempo non era più una corsa all’istante, una proiezione di momenti, bensì un lento adagio. Poi, passata la stagione, l’asfalto del ritorno ci risucchiava nelle sue corsie, mentre la sera si trasformava lentamente in notte.

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Immagine del web

E lui cercava una storia che tardava a venire. Era sempre così quando iniziava a scrivere. C’era dentro una sensazione che lo spingeva a fissare quel rombo di pensieri fuori sì sé. Sulla carta. Una storia che nasceva da lontano, in un luogo indefinito e si manifestava, svelandosi piano piano. Attingeva forse al suo passato o a ciò che la vita gli aveva portato. Scrivere non è mestiere, scrivere è un pensare visivo (oggi si direbbe in tre di), riversare fuori, sulla carta ciò che ci portiamo dentro.

Anna l’aveva vista su quel treno di notte fiondato verso la Liguria. Erano fermi nel corridoio a guardare scorrere il nulla. Avevano iniziato a raccontarsi, mentre la notte spariva ai loro occhi. “Vado ad un matrimonio di un mio vecchio amico”, aveva detto lui, aggiungendo “ sono anni che non ci vediamo… ci siamo sempre sentiti… sono il suo testimone di nozze”. Lei aveva taciuto sorridendo, poi aveva accennato a quella laurea conseguita in archeologia, e il loro discorso si era spostato sulla spianata di Giza e sulle piramidi. La stazione di arrivo li aveva accolti mentre erano immersi tra le pitture delle necropoli egizie.

Si erano salutati scambiandosi i nomi come foglie al vento, Anna e Luigi.

Due giorni dopo lui, paludato in abiti da cerimonia, si passava il dito sul colletto un po’ stretto.

Parlava con lo sposo dei vecchi tempi, giusto per stemperare la tensione dell’attesa. La sposa era entrata, in quella chiesa che sembrava una bomboniera, fasciata in un abito di taffetà.

Luigi, lei è la mia futura moglie”, gli aveva detto il suo amico mentre, sollevando il velo, lo sguardo della sposa aveva incrociato il suo.

E nel silenzio chiesa erano risuonate due parole.

Anna… Luigi…

Erano trascorsi due anni dal giorno del matrimonio dell’amico di Luigi. Due lunghi anni ricchi di eventi. Luigi si trovava a Cambridge a tenere un corso presso il King’s College relativo al restauro dei materiali cartacei. Una docenza nata per caso, su segnalazione di un monaco benedettino della abbazia di Novalesa che lavorava presso il Laboratorio di Restauro del British Museum di Londra.

E così, dalla pergamena alla carta impressa, Luigi trascorreva le giornate tenendo le sue lezioni.

Il patrimonio culturale e storico italiano era molto apprezzato dagli studenti.

Terminata la lezione, Luigi, ripresa la bicicletta (il mezzo di trasporto più diffuso a Cambridge), passava interi pomeriggi presso una antica e polverosa libreria tenuta da una coppia di coniugi anziani. Sfogliava pagine consunte di antiche edizioni, scopriva veri tesori accatastati sotto pacchi di rotocalchi della seconda guerra mondiale o impilati su traballanti tomi rilegati in cuoio.

Fu proprio un pomeriggio di ottobre che, spostandosi tra i vari scaffali, urtò inavvertitamente una persona. Entrambi, rigirandosi, prontamente si scusarono.

I’m sorry… Anna?!”

I’m sorry… Luigi?!”

E così hai chiesto il divorzio dopo due anni che eravate sposati?”- disse Luigi, mentre con la mano scostava una ciocca di capelli che era scivolata sul viso di Anna.

Sì. Non si andava d’accordo…”

E ora?” – le chiese con lo sguardo interrogativo.

Tiro avanti alla bell’e meglio… ho il mio lavoro di fotografa.” – gli rispose lei con un sorriso.

La notte li colse stropicciati tra le lenzuola, mentre un raggio di luna esplorava il pavimento. All’alba, i loro corpi erano rannicchiati in un sonno pago, sembravano voler annullare ogni distanza da quel paese straniero che li ospitava. Anna si svegliò con uno sbadiglio e con la bocca ancora impastata di sonno, e disse.

Domani parto, devo tornare in Italia. Ho terminato il servizio fotografico.”

Dai, rimani ancora un giorno, facciamo un salto a Londra…”

Non posso, devo rientrare, Luigi…”

Ok, ti accompagno a Heathrow, Anna. Ho preso un periodo di aspettativa, George, il figlio di Lord Hamilton, l’egittologo, ha una concessione di scavo nella necropoli di Deir el-Medina, mi ha chiesto di accompagnarlo. “

E così parti anche tu…”

C’è un lieve distacco tra due anime, quando il destino incombe sul loro cammino. Un triste ripiombare in una dimensione di solitudine. E’ come quando all’improvviso sale la nebbia. Vengono a mancare tutti i punti di riferimento per orientarsi.

Però, possiamo trascorrere alcuni giorni a Venezia, se ti va, prima che io parta per il Cairo.”

Ed è con un sorriso che lei gli sussurra in un orecchio.

E’ una splendida idea!”

Dai, baciami, sciocchina…”

Venezia li accolse come una cortigiana vezzosa, tutta sfavillante di broccati e oro. Camminavano privi di meta tra campi, calli e fondamenta. Scansando la folla assiepata di turisti.

Vieni, che ti porto a vedere un piccolo gioiello” – e Luigi la prende per mano, facendosi largo tra la gente.

In campo Bandiera e Moro, davanti alla chiesa di San Giovanni in Bragora, alcuni bambini giocano a pallone. La chiesa di San Francesco della Vigna è avvolta nella penombra. All’interno di uno dei due chiostri, dove d’estate si tengono dei concerti, un mucchio di sedie accatastate attende un nuovo evento. Ma il maggior fascino del luogo, oltre il silenzio che lo avvolge, è un piccolo dipinto del Bellini. Si vede la Madonna che regge il Bambino Gesù attorniata dai Santi. Un piccolo borgo turrito fa da quinta in un paesaggio collinare che si confonde nel cielo, tra cumuli di nubi. Il probabile committente dell’opera è inginocchiato ai piedi della Vergine, seduta. Ma è il colore, che come una invisibile luce domina il dipinto, a rendere la scena altamente piacevole.

Che bello… “ – esclama Anna, con lo sguardo trasognato.

Usciti dal chiostro, Luigi le fa notare che su un muro è infissa una lastra di marmo con incisa la croce di Gerusalemme incorniciata dalla scritta “Commissariato di Terra Santa”.

Voglio andare ai Frari, a vedere l’Assunzione del Tiziano” – esclama Anna. “ Tutte le volte che vengo a Venezia ci ritorno. E’ quasi un rito!”

La Chiesa è semi deserta. Si siedono nei primi banchi e osservano, immersi nel silenzio, quella spettacolare composizione. La Madonna, in piedi su una nube sorretta da un tripudio di angeli, levita verso l’alto. A terra fa da contrappunto una folla, turbata e in piena agitazione per l’evento. Il manto della Vergine e dei due personaggi a terra, di colore rosso, creano un perfetto triangolo che spinge i loro sguardi verso l’alto.

Domani andiamo a vedere la scuola Dalmata di San Giorgio degli Schiavoni”

Sì, con tutte quelle ossa, quei teschi e quei cadaveri… che orrore, Luigi…”

Ma è uno splendido dipinto del Carpaccio, e poi San Giorgio uccide il drago…”

Piuttosto facciamo un salto alla Peggy Guggeniheim, che mi rivedo le tele di Pollock”

Già, c’è pure l’albero di Yoko Ono…”

La sera li vede raccolti attorno ad un tavolo dell’osteria Codroma, una perla ambrata del passato. Il Collegio Moorat-Raphaël è là di fronte oltre il Rio del Carmini. Luigi pensa al primo seminario di restauro dei materiali cartacei della sua vita, presso il Monastero Armeno dell’isola di San Lazzaro.

Il ricordo prende vita sulle sue parole, mentre Anna ascolta affascinata.

Ricorda il viaggio in Armenia, i monasteri con quelle lame di luce che tagliano la penombra interna, ravvivata dal consumarsi delle candele.

Gli sembra di aver sempre viaggiato, come l’Ebreo Errante, di essere un apolide, quasi ad aver cancellato il suo luogo di appartenenza.

Sei pensieroso?”

No Anna. Dopodomani parto per il Cairo e chissà quando ci rivedremo…”

Non disperare, Luigi. Ci rivedremo.”

Gli scavi nella necropoli di Deir el-Medina erano stati coronati dal successo. Era stata riportata alla luce la tomba di Pashedu, un artigiano e artista dell’era di Ramses II (XIX dinastia, XIII secolo a.C.). Pashed o Pashedu, il cui nome significa il Salvatore, fu caposquadra di uno dei gruppi di lavoratori che realizzarono le grandi sepolture reali. Infatti, Deir el-Medina era il villaggio che ospitava le famiglie degli artigiani addetti ai lavori delle tombe Reali. All’interno della tomba, decorata da splendide pitture, fu ritrovato un papiro “libro dei morti” ed altri oggetti del corredo funerario del defunto.

Lord Hamilton era entusiasta, dopo mesi di duro lavoro sui rilievi e sulla la catalogazione degli oggetti, furono preparate le bozze per la pubblicazione della scoperta e l’inaugurazione fu fatta con una sontuosa festa al Cairo, al Mariott Hotel, presso la sala conferenze e il rinfresco venne allestito ai bordi della piscina.

L’euforia aveva invaso i partecipanti. La scoperta era di notevole interesse archeologico.

Luigi, accompagnato da Anna, si stava congratulando con Lord Hamilton, tra i tavoli ai bordi della piscina, quando vi fu il primo scoppio.

Inizialmente sembrava una salva di petardi. Ma uomini vestiti di scuro riversavano correndo raffiche di Kalashnikov sui presenti.

Urla, panico…

Una esplosione presso il banco di ingresso.

La folla impazzita…

Cadaveri che galleggiavano nella piscina.

Spari di risposta dagli uomini addetti alla sicurezza…

Ai primi spari Luigi si era gettato su Anna e ora giacevano immobili a terra dietro un tavolino rovesciato.

L’attacco terroristico si era concentrato nella hall gremita di gente. Il terrore durò per lunghe sei ore con un bilancio di venti vittime, di cui due bambini e cinquanta feriti. I terroristi furono eliminati dalla task force dei corpi speciali antiterrorismo. L’ultimo terrorista, asserragliato nella sala conferenze si fece esplodere verso le prime ore del mattino.

Luigi e Anna erano illesi. Abbracciati, sull’ingresso dell’hotel, guardavano il Nilo scorrere, il sole che era una palla arancione immobile nello smog che fendeva l’aria. La cacofonia di clacson si levava alta come tutti i giorni. Un uomo con un carretto pieno di pane, trainato da un asino, passò lentamente davanti a loro, tra lo scorrere nervoso delle auto.

Loro erano vivi. Il loro amore era vivo. Il Cairo era vivo, e un nuovo giorno si affacciava nelle loro vite.

FINE

Postfazione

Questo breve raccontino nasce su proposta della “Nostra Commedia”, “Un racconto, iniziativa estiva”. Quando ho iniziato a scriverlo non avevo la minima idea di dove mi avrebbe portato la storia. Vuoto totale. Scrivere è un processo misterioso e in parte autobiografico. Frammenti di vite (la propria e quelle degli altri) si prendono a prestito e si coagulano sulla pagina. Avrei voluto far fare una gita sul barchino nel fiume Cam, a Cambridge, a Luigi e Anna, ma loro spingevano verso altri luoghi. A Venezia avrei voluto vederli seduti all’Harry’s Bar, ma erano sgattaiolati all’osteria Codroma. Infine, al Cairo, mi sarebbe piaciuto che avessero visitato la Citta dei Morti (viva più che mai), e il Museo egizio con la maschera di Tutankhamon, ma anche qui, avevano altri itinerari.

Amo pensare che oggi, Anna e Luigi, usciti dalla pagina, stiano assaporando altrove la loro vita. E di questo ne sono felice.

L’autore.

 

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C’è un sottile ed evanescente senso di estraneità dettata dal giorno. Scavalco il pensiero mediante le quotidiane azioni, lo zittisco. Ma… ma lui insiste, non demorde, si ingrossa come un fiume.
Vago tra le ombre del passato e del presente. Oracolo dei miei giorni sono approdato su un lembo avvolto dalle tenebre. Non contano i mesi, gli anni. La vita è una parabola aspra. Occorre affiorare dal lento beccheggio dei giorni. Solo l’eterno illumina le mie tenebre.
E’ la bellezza che riscatta l’oscurità.
La bellezza che illumina l’anima. È la natura che stordisce con la sua essenza. Affiorano panorami mossi dalle stagioni. L’incanto di candide cime immortali. Il richiamo di un’aquila in volo. Lo scorrere di un ruscello che si fa fiume.
È il respiro dell’arte che riscatta la vita. La figura, il gesto del colore di un dipinto. Sono quei versi spremuti dalla Storia che entrano diritti al tuo cuore. Quante storie tra quelle pagine, pensieri disposti in bella copia. La vita è tutta lì, tra amori e affanni, e il rinnovare generazioni nel crescere quotidiano.
C’è eternità tra le pagine del mondo. Sospiri che evaporano nelle pieghe dei secoli. La grande luce si apre nell’incanto di una cattedrale, un ponte, un sasso. Lo sguardo posato su un affresco o una statua creata da un progenitore lungo lo scivolare delle ore. Un canto gregoriano che si leva all’alba. Lo sguardo interrogativo di un cervo. Il bosco che sussurra alchimie di un tempo passato.
E il tuo sorriso che si fa giorno.

 

 

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Sono appeso su questa parete ormai da un mese, teso su un’intelaiatura di legno che mi sorregge e mi supporta, all’interno di un luminoso edificio. Questo è il mio corpo; il colore è la mia anima. Colui che mi ha generato, osannato dalla critica, è scomparso ormai da anni. Porto la sua impronta su di me, congelata nello spazio e nel tempo, consacrando per sempre il suo gesto creativo.

Ho passato mesi, anni, come una diva, sballottato da un luogo all’altro di questo pianeta. Ho viaggiato per l’Europa e nelle Americhe, ospite dei maggiori musei, ma ora sono stanco.

Le giornate scorrono sempre uguali. Custodito al buio, in profondi magazzini con temperatura e umidità costante, nell’attesa che mani attente mi sollevino, mi avvolgano in grandi teli impermeabili, chiuso, come lini preziosi in casse di legno, e spedito per il mondo.

Poi, altre mani con cura mi libereranno, m’isseranno su pareti (piatte allo stesso modo), e lì, dall’alto, osserverò indaffarate persone che apporteranno frenetici ritocchi prima dell’inaugurazione.

Fiori, flash, rumore della folla e profumi. Succede di solito così, ovunque.

Cambiano i suoni delle voci, secondo i paesi e le nazioni ospitanti, il resto poi, è consueto cerimoniale. E, dopo il bagno di folla, scremati i primi giorni (a volte i primi mesi), nel lento trascorrere delle ore, mi attende un’ immobile e infinita noia.

In alcuni momenti, nell’arco delle mie giornate, cessato l’afflusso di pubblico, la calca delle comitive, alcune persone si fermano silenziose davanti a me. Mi guardano lentamente, analizzandomi centimetro per centimetro. Provo un acuto senso di disagio nell’essere osservato, e ciò sin da quando, liberato da un pesante drappo, ho visto per la prima volta nella mia vita la luce. Arrossisco un po’, variando il pigmento del mio colore.

Ma la cosa è leggera e superficiale, sembra una variazione di luce minima, un volo d’airone che oscura per un istante il sole. Sinora nessuno se n’è accorto, nemmeno i critici, che accompagnati da fotografi mi osservano, pubblicando al mondo l’impasto dei miei colori.

Ieri è entrata nella sala una ragazza; com’era giovane! Il suo esile corpo era avvolto in un impermeabile grigio. Impacciata, guardava in alto (occhi miopi, protetti da lenti rotonde), verso i miei colori. Da sotto il basco, calcato di traverso sul capo, spuntava un ciuffo ribelle di capelli scuri.

Il suo sguardo mi ha percorso in lungo e in largo con attenzione. Provavo un leggero senso di prurito. Poi ha sorriso, e ha continuato a guardarmi sorridendo. Tutte le mie fibre sono state attraversate da una scarica elettrica. Mi sono sciolto, temevo di liquefarmi.

Oggi la ragazza è nuovamente qui. Ha trascorso alcune ore guardando le mie geometrie, analizzando i miei spazi. Sorrideva, con lo stesso sorriso che illumina il viso dei bambini quando chiedono alla mamma: latte!

Uscendo, ha sollevato la mano verso di me in cenno di saluto.

Sono innamorato!

Innamorato di una ragazza, di un cucciolo tenero ed esile! I miei colori brillano di gioia. Ora che lei è uscita attendo con ansia la prossima apertura del museo. La ragnatela di noia che mi avvolgeva, di colpo, si è lacerata, dissolta.

Nuove emozioni sono entrate in circolo nei miei pigmenti, e, per la seconda volta nella mia vita, dopo colui che mi ha generato, mi sento amato!

Un improvviso senso di vertigine mi ha colto, temevo di staccarmi dal muro e piombare pesantemente a terra. Sono nuovamente arrossito, vibrando leggermente la tela, ma il custode, seduto al fondo della sala, non se n’è accorto, occupato com’era a fissare il pavimento.

 immagine del web

Non sono un poeta

ma una peota avviata al disarmo.

Non sono versi questi spazi

coperti da uno shangai

di parole rotolate sulla carta,

semplici marmellata di sillabe acerbe.

 

Non c’è rima, ritmo o pausa,

solamente il respiro di un’eco

dispersa, un getto di dadi

sul tappeto verde.

 

La parola batte il suo tempo,

nel suo essere afasica,

riverbera, negli spazi assenti,

e ferma il pensiero.

 

Allora il verso si fa dubbio,

incerto, traballa e cade,

schegge di cristallo frantumato,

mentre l’urlo del filo d’erba

spezza l’asfalto.